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Newton, non chiamatelo più provocatore - Foto

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«At Maxim» dalla serie «Sleepless Nights», Parigi 1978
«At Maxim» dalla serie «Sleepless Nights», Parigi 1978

ROMA. Zero in emozione, dieci in seduzione. Ma Helmut Newton è sinonimo anche di provocazione: le sue figure femminili, dalla sessualità disinibita e aggressiva, sono donne che non chiedono: prendono e basta.

Le immagini di Newton non hanno solo segnato la nostra cultura ma sono diventate parte integrante della storia della fotografia.

Fino al 7 agosto, all’isola della Giudecca, a Venezia, nella sale della «Casa dei tre oci» White women/Sleepless nights/Big nights (Donne bianche/Notti insonni/Grandi nudi) di Helmut Newton (traduzione in lingua inglese del suo vero cognome tedesco, Neustadter): oltre duecento scatti di uno dei fotografi più celebrati del ’900. Organizzata in collaborazione con la Helmut Newton Foundation
(con la curatela di Matthias Harder e Denis Curti), la mostra presenta le immagini raccolte nei primi tre volumi pubblicati, rispettivamente, nel 1976, 1978 e 1981 e curati dallo stesso autore.

Introdotto alla fotografia da Elsie Simon, berlinese specializzata in moda e nudi, nel 1938, a diciotto anni, Newton (figlio di agiati industriali ebrei) è costretto dal regime nazista a fuggire dalla Germania, così prima si trasferisce a Singapore quindi in Australia e poi Parigi, Montecarlo e Los Angeles.

La sua fama esplode a cavallo degli anni ’60 e ’70 quando, nei suoi scatti omosex e sado-maso, introduce elementi come guinzagli e catene ma soprattutto i nudi nella moda.

Nel 1973, fa scalpore la fotografia di una modella che, sotto un trasparente impermeabile Burberry, non porta niente.

«Il primo luogo comune da evitare quando si parla di Newton», dice Denis Curti, curatore della mostra veneziana, «è continuare a definirlo provocatore, soprattutto oggi che le sue foto sono sdoganate. Newton era un uomo colto, con idee ben precise di quello che era il suo lavoro. E, soprattutto, essendo lontanissimo dalla pornografia, i suoi scatti sono un omaggio alla figura femminile».

Ma che donne sono quelle di Newton?

«Forti e coraggiose come soldati. Ma anche sexy e conturbanti: non donne oggetto ma soggetto. Mentre per l’idea dei suoi Big nudes, i nudi a figura intera, stampati a grandezza naturale, prese ispirazione dai manifesti in formato 1:1 che la polizia tedesca affisse ai muri per ricercare i terroristi del gruppo della Raf: Newton ne rimase particolarmente colpito».

Visioni di (stra)ordinaria femminilità dove l’uomo è quindi sconfitto e gioca un ruolo di comparsa?

«Le sue foto sono la celebrazione della forza delle donne. Al netto delle accuse di misoginia e delle critiche mosse dal movimento femminista, Newton, nelle sue foto, oltre ad aver sdoganato il nudo, rimanda alla vita reale in un tripudio da cronaca nera, con scatti di reportage che rimandano a quelli fatti sulla scena del crimine. E, nel sottile gioco del vero-falso, i suoi famosi manichini sono così realistici che solo uno sforzo visivo ci fa notare le differenze rispetto alle modelle con cui posano».

Da «Elle» a «Vogue» e «Vanity Fair» passando per «Harper’s Bazaar», le tre sezioni della mostra veneziana sono una vetrina dell’arte, ironia e seduzione di un genio della fotografia, figura articolata che «non volle mai definirsi artista ma mercenario che affittava il suo talento a chi pagava di più». Riduttivo, quindi, spiegare il suo lavoro solo in chiave erotico-voyeuristica (che pure lo ha caratterizzato): Helmut Newton è stato un grande interprete della realtà. E delle donne. Che ha trasformato in una magnifica ossessione.

Orari: ogni giorno dalle 10 alle 19; chiuso martedì.

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