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IL MONDO PROTESTA

La Corea del Nord lancia due missili, Kim Jong: impegnati a difenderci da Usa

PECHINO. Altri due nuovi missili Musudan, a media gittata, sono stati testati dalla Corea del Nord: il primo s'è rivelato un flop, il secondo invece un parziale successo. Su quest'ultimo s'è concentrata l'attenzione dei militari di Usa e Corea del Sud dato che è riuscito a coprire, toccando l'altitudine di oltre 1.000 metri, la distanza di 400 chilometri avvicinandosi a quota 500 che è la soglia per poter rivendicare il successo di un vettore a medio raggio.

Insomma, un possibile segnale - su cui saranno fatte ulteriori valutazioni - sullo stato di avanzamento tecnologico del vettore «made in Dprk», presente in almeno 50 pezzi a partire dal 2007 nell'arsenale del Nord e mai ufficialmente testati almeno fino allo scorso aprile.

Il leader coreano Kim Jong rivendica il successo dei test effettuati ieri dei suoi Musudan, missili a media gittata, di cui ha sperimentato l'affidabilità. Il vettore, riporta l'agenzia ufficiale Kcna, è finito «con precisione nello spazio di acque designate» a 400 km dalla costa orientale di Wonsan, nel mar del Giappone. Pur se non esplicito, il riferimento sembra essere al secondo dei due missili, dato che il primo, in base alle valutazioni dei militari di Corea del Sud e Usa, è esploso dopo appena 150 km.

Kim Jong-un ha assistito «al test guidato del vettore strategico di medio raggio superficie-superficie Hwasong-10», aggiunge la Kcna, senza fornire altri dettagli. Il lancio è stato pianificato «da un alto angolo di fuoco con la simulazione del massimo range possibile»: una mossa che ha consentito di provare la resistenza al surriscaldamento della testata e stabilità di volo. Entusiasta il commento di Kim: la Corea del Nord ha «le capacità d'attacco complessive e funzionali contro gli Usa nelle operazioni sullo scacchiere del Pacifico».

«La Corea del Nord fa solo quanto è necessario per difendersi dalla minaccia nucleare degli Stati Uniti»: Choe Son-hui, vicedirettore generale del Dipartimento per gli affari Usa del ministero degli Esteri, ha tenuto una inconsueta conferenza stampa fuori dall'ambasciata nordcoreana a Pechino, all'indomani del test dei due missili a medio raggio rivendicato come un successo. «Quello che stiamo facendo - ha affermato - è di cercare di reagire all'attuale situazione in cui gli Usa stanno tentando di di minacciare il nostro Paese con le armi nucleari». Choe, in Cina per la riunione sulla sicurezza nell'ambito del Northeast Asia Cooperation Dialogue (Neacd), ha anche aggiunto che fino a quando Washington avrà una politica ostile verso Pyongyang, il Nord non sarà mai in condizioni tali da poter parlare di ipotesi sulla denuclearizzazione della penisola coreana.

Uno scenario che, unito alle ripetute violazioni dei rigidi obblighi imposti a Pyongyang dalle risoluzioni accumulatesi nel tempo e decise dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ha spinto Giappone, Corea del Sud e Usa a esprimere una robusta condanna, mentre l'Onu ha convocato d'urgenza il Consiglio di Sicurezza, e Nato e Farnesina hanno invitato a sospendere ogni provocazione. Il ministro della Difesa nipponico Gen Nakatani ha ammesso l'esistenza dell'ipotesi sui progressi balistici: «Questo - ha osservato - pone seri timori alla sicurezza del nostro Paese».

Il Musudan è un missile sviluppato sugli SS-N-6 sovietici in grado di coprire fino a 4.000 km, ma la Corea del Nord conta da subito sui più affidabili Rodong, della gittata di 1.300 km, capaci di colpire tutta la Corea del Sud e parte del Giappone.  Una fonte di Seul ha detto all'agenzia Yonhap che il leader Kim Jong-un avrebbe assistito di persona alla prova di forza contro la comunità internazionale, strappando un risultato sia pure in parte positivo dopo 5 tentativi di fila falliti. Dalla Cina, alleato tradizionale di Pyongyang, è arrivato l'invito a evitare azioni che possano aggiungere altra tensione: «la situazione nella penisola coreana è complessa e sensibile», ha detto Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri.

A Pechino, intanto, ieri si è tenuta la prima giornata di lavori del Northeast Asia Cooperation Dialogue (Neacd), giunto alla sua 26/ma edizione, che mette insieme diplomatici e accademici di Cina, Usa, Giappone, Russia e delle due Coree. Uno schema che riproduce il Tavolo a Sei, in stallo da fine 2008, per trattare la questione nucleare della Corea del Nord: la riunione punta a favorire la fiducia regionale, secondo i promotori Institute on Global Conflict and Cooperation dell'Università della California e China Institute of International Studies, usando il format del «track 1.5 diplomacy» dove funzionari e altri inviati lavorano insieme alla possibile soluzione dei conflitti.

Per la prima volta dal 2012, c'è una delegazione nordcoreana guidata da Choe Son Hui, vicedirettore generale del Dipartimento per gli affari Usa del ministero degli Esteri, mentre per Paesi come Usa, Giappone e Cina ci sono i rispettivi inviati speciali del dossier nucleare di Pyongyang. I cinque Paesi, tranne il Nord, hanno assicurato un coordinamento sulle cose da farsi. Kenji Kanasugi, il rappresentante nipponico, ha protestato con Choe per i test. La diplomatica nordcoreana, nel resoconto dell'agenzia Kyodo, ha ribattuto che s'è trattato di fatti in linea col proposito di sviluppare economia e armi nucleari, aggiungendo di ritenere il Dialogo a Sei come «morto». La sensazione è che una soluzione praticabile sia lontana.

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