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Ballate d’amore e parole taglienti: in un libro le «carte» di Salvo Licata - Foto

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Mimmo Cuticchio con Salvo Licata ai Cantieri culturali della Zisa durante le prove dello spettacolo “Visita guidata all’opera dei Pupi“,1989
Mimmo Cuticchio con Salvo Licata ai Cantieri culturali della Zisa durante le prove dello spettacolo “Visita guidata all’opera dei Pupi“,1989

PALERMO. Una lettera di presentazione di Carlo Levi e Salvo Licata cominciò a camminare.

Per le vie che si trasformavano in trazzere e poi ridiventavano vie; per le strade cantoniere che si perdevano nella città che si risollevava dalle bombe del ’43 e si trovava brutta, sporca, a bocconi, tra i catoi delle puttane e i ricoveri dei marinai.

Salvo Licata camminava e camminava, le sue cronache nascono da una città che si schiudeva come una corolla senza alcun profumo.

Eppure il cronista Licata stava iniziando: dalle pagine de L’Ora, prima, al Giornale di Sicilia poi, sempre attento a quello che gli cresceva accanto, fosse un santo o un contrabbandiere.

Scrittore saporoso, giornalista nel midollo perché sapeva raccontare, drammaturgo per un teatro che non esiste più, cresciuto nei sottoscala e arrivato nello Stabile ancora neonato: chissà se Salvo Licata amava i palchi, forse no, preferiva le sedie di legno che ciascuno si portava da casa.

Gli hanno affibbiato qualità e titoli, quello che è certo è che aveva un carattere che tracimava con poco, capace di generosità concave e arrabbiature convesse: Salvo Licata scriveva e scriveva, alcune cose sono più conosciute, altre un po’ distaccate, ma non per questo sono meno belle.

Tra queste ultime, ci sono di certo queste «Ballate d’amore civile» che la giovane casa editrice Il Palindromo, manda da oggi in libreria, raccolte sotto il titolo «La parola è un rasoio», e inserite nella collana «E la mafia sai fa male».

Sono componimenti, in prosa e in poesie, uniti dal comun denominatore dell’impegno civile: il Codice Levi, strofanelle e smozzichi che Salvo Licata giovanissimo scrisse e raccolse sotto questo titolo, spinto da un altrettanto giovane Pietro Carriglio che gli propose di inviarle a Carlo Levi; poi «Il passero sbirro», leggero e sfarzoso, come un’ala d’uccello, portato in scena da Giuseppe La Licata: gli occhi dell’agente Calogero Zucchetto ammazzato dalla mafia nel 1982, diventano quelli di un passero che segue, ansioso ma rassegnato, l’assassinio di Salvo Lima, dieci anni dopo, in un viale alberato di Mondello.

E ancora l’«Orazione per Falcone e Borsellino nel giorno di San Rocco» che è arrivata anch’essa in scena - fu rappresentata il 16 agosto 1992 a Gibellina a ridosso delle stragi, e nell’agosto del 2002 in via D’Amelio, per il decennale, con la regia di Umberto Cantone - un testo bellissimo, una ferita da arma da fuoco senza sangue, colma di rabbia e codardia.

«Il patto delle tortore» è un testo teatralmente irrappresentabile, una sorta di immersione brechtiana nella tragedia classica che cerca di scrollarsi di dosso la prosopopea; difficile e impossibile, incentrato sulla metafora dell’infiltrazione mafiosa.

E infine quella «La città azolo» che arrivò anch’essa in scena, con alterne fortune.

Sono tutti testi che la figlia di Salvo, Costanza, ha ritrovato tra le carte del padre e consegnato alla lettura.

Ne esce fuori uno scrittore lucidissimo per il quale la parola è veramente un rasoio affilato per tagliare le labbra delle ferite e ricucirle col filo grosso del sapere popolare.

Vizi (tanti) e virtù (millimetriche) della gente di borgata, di una città felicissima che si è sgretolata fisicamente sotto le bombe, culturalmente nei salotti, moralmente nel cemento.

Una Palermo feroce e tenera al tempo stesso, piena di contraddizioni dove basta appunto una sola parola per lasciare un segno indelebile nell’esistenza. Il libro pubblicato dal Palindromo, contiene appunti e memorie personali, tante foto di amici, colleghi, gente comune e familiari con Costanza bambina e Mirella, la moglie, scomparsa da poco, che ha avuto il merito di far pubblicare molti degli scritti di Salvo Licata.

Tra i documenti pubblicati, l'articolo «Noi giudici del bunker» scritto il 14 aprile del 1985 e pubblicato in prima pagina dal Giornale di Sicilia, in cui il giornalista incontra i giudici Giuseppe Ayala, Domenico Signorino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nei giorni in cui sta per aprirsi il maxiprocesso.

Una frase per tutti, valida ancora oggi «i giudici la pensano assai diversamente e si chiedono se non sia più devastante delle sirene il silenzio, come l’indifferenza, verso la mafia».

A corredo, i ricordi affettuosi di ex allievi (oggi giornalisti e scrittori) che con Salvo Licata hanno mosso i primi passi nelle redazioni: da Roberto Alajmo che firma «Come un cartello stradale», a Gian Mauro Costa con «L'urlo del calafato»; dal ricordo di Costanza alla nota di Salvo Piparo, ormai diventato il suo interprete ufficiale, nonostante non lo abbia mai conosciuto. Fino all'amico di sempre, Gigi Burruano che a Salvo, tra una scorribanda e una risata, ha dedicato «A te poeta»: una carezza leggera all’amico a cui «neanche la morte toglierà la rima».

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