Cento anni fa nasceva Gregory Peck, l'eroe di "Vacanze romane" - Foto

ROMA. Il primo californiano purosangue a vincere un Oscar fu proprio lui, Eldred Gregory Peck, nato a La Jolla il 5 aprile 1916 da un farmacista irlandese e da un'insegnante di famiglia scozzese.

Il suo sguardo dritto e sincero, le sopracciglia aggrottate sul sorriso timido, le solide convinzioni politiche (progressiste), il cattolicesimo non ostentato, l'allergia ai pettegolezzi e alle avventure sentimentali ne fecero ben presto il campione dell'America buona e a questo clichè l'attore si conformò volentieri, cercando sullo schermo il riflesso di se stesso e dei suoi principi.

Ma questa dote che gli spianò la strada al successo contrastava con una profonda insicurezza interiore. I genitori divorziarono quando aveva cinque anni e nei suoi ricordi campeggia soprattutto una nonna volitiva che gli fece scoprire il cinema, il teatro, letture colte, disciplina scolastica fatta di buoni voti e di sano sport. Un incidente sportivo alla schiena gli avrebbe impedito di servire la patria durante la seconda guerra mondiale, ma non gli impedì invece il viaggio a New York, dove nel 1938 rimase folgorato dallo spettacolo 'I Married an Angel'.Tornato a casa, si iscrisse alla Neighborhood Playhouse divenendone in breve la star indiscussa.

Al cinema approda relativamente «adulto» (nel 1944) con il ruolo di un partigiano russo in 'Tamara, la figlia della steppa' di Jacques Tourneur e in abito talare per 'Le chiavi del Paradiso' di John M. Stahl con cui si guadagna la prima nomination all'Oscar. Passa appena un anno ed è già un divo grazie a 'Io ti salverò' di Alfred Hitchcock che lo libera in fretta dal clichè rassicurante di 'bravo giovane': al contrario, la parte di un tormentato medico sofferente di amnesie e sospettato di omicidio, lo spinge a competere con l'ineffabile Cary Grant.

"Per anni - dirà Peck - su ogni copione che mi offrivano c'erano le impronte di Grant". In alternativa doveva rivaleggiare con Gary Cooper in quei ruoli 'più grandi della vita' che sarebbero rimasti del resto i suoi favoriti. Ma nella vita privata beveva, adorava la birra da buon irlandese, fumava troppo, era tormentato e insicuro del suo matrimonio, contratto a 26 anni e durato dieci anni con tre figli tra cui il primogenito Jon che si sarebbe ucciso con un colpo di pistola.

Eppure la sua carriera sembrava non conoscere incertezze: adottato dai maggiori registi, amato dal pubblico anche in melodrammi come 'Il cucciolo' (Clarence Brown, 1946) che gli fece nuovamente sfiorare l'Oscar, corteggiato persino dal tycoon David O'Selznick che lo scelse per 'Duello al sole' (1946), si imponeva come l'astro fulgido dello star system nei generi più popolari, il western in prima fila. Intanto Elia Kazan in 'Barriera invisibile' del 1949 gli offriva un altro ruolo di grande intensità civile e lo promuoveva a campione dei progressisti. In parallelo vestiva i panni del soldato eroico con 'Cielo di fuoco' di Henry King (quarta nomination) e faceva di quel genere cinematografico una nuova bandiera perchè in grado di rendere popolare il suo sentito antimilitarismo. Nel 1953 incontrò William Wyler nella trasferta italiana di 'Vacanze romane' in cui debuttava la giovanissima Audrey Hepburn. Fu la commedia romantica dell'anno, coniò uno stile, portò nel mondo il mito della Vespa (giusto 70 anni fa) e regalò a Gregory Peck il grande amore. Sul set conobbe la giornalista francese Vèronique Passani e se ne innamorò all'istante: veniva dal tormentato divorzio dalla prima moglie, l'avrebbe sposata al ritorno a casa e i due non si sarebbero più separati fino alla morte dell'ormai anziano patriarca, il 12 giugno del 2003.

Dopo un decennio di successi, per Gregory Peck venne finalmente l'ora dell'Oscar nel 1962 con 'Il buio oltre la siepe' di Robert Mulligan. "Rimane il mio film preferito - diceva - perchè vi ritrovo le ragioni per cui ho fatto questo mestiere: intrattenere facendo pensare".

Paradossalmente fu però il suo canto del cigno. Avrà ancora successo, si concederà il lusso di civettare con Sophia Loren in 'Arabesque' (1969) e di 'incrociare le spade' con un mito come Laurence Olivier ma accetterà quietamente di appartenere ormai a un altro tempo.

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