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INTERVISTA AL MINISTRO

Smog, Galletti: «Presto i fondi ai Comuni, sui rifiuti la Sicilia faccia in fretta»

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ROMA. L’allarme sta diventando cronico: secondo l’ultimo monitoraggio di Legambiente nei primi due mesi del 2016 in almeno 18 città italiane le concentrazioni di polveri sottili sono tornate a salire, e molti centri si avvicinano già al limite massimo di 35 giorni annui. Il che dimostra che rimedi come il blocco totale o parziale delle auto alla fine dei conti non producono l’effetto sperato. La sfida, dunque, è tutt’altro che vinta. Come ne usciamo fuori? Ricordando i «passi avanti compiuti», il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti fa il punto della situazione: «Stiamo affrontando uno scenario del tutto emergenziale, legato agli effetti dei cambiamenti climatici. E l’emergenza è duplice: da una parte le cappe di smog causate dalla siccità, dall’altra i nubifragi che mettono a nudo la fragilità del territorio urbano. In questi ultimi due anni abbiamo lavorato su entrambi i fronti, con risorse nuove, semplificazione e trasparenza. Certo, sono problemi complessi, accumulati nel tempo, soprattutto nel caso del dissesto idrogeologico, risultato di decenni di scarsa manutenzione. Si può rispondere con una programmazione di breve, medio e lungo termine».

Allo stato attuale cosa prevede la strategia ambientale?
«Stiamo lavorando per poter dare ai Comuni, nel più breve tempo possibile, le risorse necessarie per attuare immediati programmi di contrasto all’inquinamento urbano. I fondi già disponibili sono tanti, dovranno essere gli enti a saperli sfruttare nel modo migliore sul territorio, e nelle prossime settimane convocherò nuovamente il “tavolo verde” per condividere con le amministrazioni locali i bandi per poterli erogare. Siamo anche in dirittura d’arrivo sugli stanziamenti per l’efficientamento energetico delle scuole: tra pochi giorni sarà pubblicato un bando per 252 milioni di euro».

L’inquinamento nelle grandi città ha diversi responsabili. Non esistono percentuali precise, quindi non è il caso di dare tutta la colpa alle auto?
«Esatto. Le situazioni di emergenza smog nei nostri centri urbani, va ricordato, sono state determinate in questi mesi in particolare dalla prolungata assenza di precipitazioni e di vento, ma anche da una serie di fattori su cui dover intervenire. I dati a nostra disposizione ci dicono che le automobili private rappresentano uno dei problemi, non certo il solo, né il principale. Altri sono quelli che incidono di più. Pensiamo anche al nostro parco di mezzi pubblici di trasporto, che in molte città è troppo vecchio e inquinante: c’è una norma nella legge di stabilità che prevede l’acquisto nazionale centralizzato di mezzi pubblici, con criteri sostenibili, da cedere in leasing alle agenzie regionali per la mobilità. E pensiamo soprattutto al riscaldamento delle abitazioni, dei negozi, dei centri commerciali: qui ad esempio, oltre alle molte risorse stanziate per l’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati, segnalo le misure da attivarsi nelle situazioni emergenziali proposte nel protocollo del 30 dicembre scorso che prevedono una riduzione del riscaldamento di 2 gradi negli edifici e uno stop condizionato ai camini, dunque alla biomassa per uso civile, quando esistano sistemi alternativi di riscaldamento».

A quanto ammontano le risorse previste? E nel dettaglio, oltre all’efficienza energetica delle scuole e di altri edifici pubblici e privati, a cosa sono destinate?
«In totale stiamo parlando di oltre 1,3 miliardi di euro, più le misure previste nella legge di Stabilità. Nel dettaglio: 35 milioni per la mobilità sostenibile (per gli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro, e per il bike e car sharing), 50 per la realizzazione di colonnine per la ricarica elettrica delle auto, 70 per la riqualificazione degli edifici della pubblica amministrazione centrale, 25 per il fondo congiunto ambiente-sviluppo destinato all’efficienza energetica degli edifici pubblici, 250 milioni destinati alle Regioni per l’acquisto di mezzi pubblici ecologici, altri 91 in tre anni per la mobilità ciclabile. A questi vanno aggiunti i 250 milioni destinati alla scuola di cui parlavo e i 900 milioni annui in dotazione previsti dal decreto interministeriale che disciplina il nuovo Conto Termico. Senza dimenticare la proroga dell’ecobonus al 65%, che mobilita altri milioni per la ristrutturazione energetica degli edifici privati. Inoltre, entro fine anno, insieme agli enti locali metteremo in campo altre risorse destinate specificatamente al settore ambientale. Quanto al dissesto idrogeologico, solo quest’anno abbiamo impegnato 800 milioni, già conferiti alle Regioni».

Sono misure emergenziali o strutturali? E basteranno a vincere la sfida?
«Non sono certo misure una tantum, hanno tutte un respiro di lungo periodo. La sfida all’inquinamento urbano non si vince con provvedimenti spot, ma con tante, piccole misure e progressivamente. Ci vuol pazienza, ma siamo sulla strada giusta, e rispetto ai decenni precedenti la situazione in Italia è migliorata, e di molto. È chiaro che bisogna fare sempre di più, non fermarsi, e vista l’urgenza dei cambiamenti climatici accelerare al massimo. D’altronde, siamo stati determinanti come Italia e come Europa per raggiungere l’accordo sul clima di Parigi, ora dobbiamo dimostrare che non abbiamo firmato solo un pezzo di carta, ma stiamo facendo tutto il possibile per raggiungere gli obiettivi fissati dal COP21. E mi sembra che ci stiamo muovendo bene, con molta determinazione».

Cosa si sta facendo per coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo economico?
«L’approvazione del Collegato ambientale è stato un passo decisivo, perché lì dentro c’è una vera manovra verde. Penso ai 35 milioni destinati alla mobilità sostenibile a cui accennavo, ma anche alla premialità per i comuni più virtuosi nella raccolta differenziata, alla semplificazione nel sistema di controllo delle acque, alle bonifiche di amianto e tanto altro ancora. Inoltre è un segnale culturale forte: è la dimostrazione che l’Italia, quando vuole, può coniugare rispetto dell’ambiente e sviluppo economico».

Ha appena sfiorato un tema caldo per la Sicilia: i rifiuti. A Roma giorni fa si è chiusa la partita sui termovalorizzatori, ma resta un nodo: due mega impianti o sei piccoli? La Regione punta ai mini impianti dislocati sul territorio, anche per ridurre i costi di trasporto. È questa la soluzione migliore?
«La  decisione spetta all’amministrazione regionale. Lo schema che abbiamo approvato lascia aperte tutte le strade. Noi abbiamo identificato una quantità necessaria di termovalorizzazione, la Regione è libera di scegliere come centrare questa cifra. Può farlo come ritiene, l’importante è che a conti fatti il totale torni. Sia chiaro che oggi il problema principale della Sicilia non è quanti termovalorizzatori debba costruire. Bisogna concentrarsi su questo dato: l’80% dei rifiuti finisce ancora in discarica. È inammissibile».

Ma ha senso procedere alla costruzione di inceneritori prima di aver messo in campo tutte le misure per la differenziazione e la valorizzazione dei rifiuti?
«Lo schema di decreto, quando identifica la quota di incenerimento, tiene già conto che si raggiunga una percentuale di differenziazione dei rifiuti pari al 65% e a una riduzione di rifiuti del 10% attraverso politiche di prevenzione. Oggi però la raccolta di differenziata in Sicilia arriva al 12% circa, con alcuni comuni che sono addirittura fermi al 4 o al 3%. Bisogna subito cambiare passo».

Ma c’è chi critica i termovalorizzatori. Non solo, per costruirli potrebbero servire anni.
«Se avessi la bacchetta magica avrei trovato altre vie, ma al momento non ne vedo. Non sono un amante dei termovalorizzatori, ma sono un nemico giurato delle discariche. La porta del ministero è sempre aperta, e se qualcuno ha idee migliori delle mie per combattere questo scempio sono pronto ad ascoltarle. Quello che non accetto è criticare senza proporre soluzioni alternative per cambiare uno status quo che è dannoso per i cittadini siciliani e porterà il Paese a subire pesanti multe in ambito comunitario. Quanto ai tempi di realizzazione, se non si inizia mai non si finisce mai».

Altro problema ambientale che in Sicilia ci trasciniamo da tempo: la desertificazione del territorio, che quest’anno, complice il clima anomalo, è ulteriormente aumentata. Prevenire è possibile?
«Come in altre regioni, anche in Sicilia stiamo realizzando un Osservatorio permanente, per monitorare i livelli idrici dei bacini nei vari distretti con l’obiettivo di fornire indirizzi sulla regolamentazione dei prelievi e degli utilizzi. È una novità importante. Certo non basterà a risolvere il problema: visti i cambiamenti climatici in atto, la battaglia è lunga e complessa».

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