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L'INTERVISTA

Droni da Sigonella, Gaiani: l'Italia fa bene, ma non dobbiamo farci coinvolgere nei raid

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La prudenza del governo italiano si legge nelle dichiarazioni di queste ore: il via libera a droni armati Usa da Sigonella «non è il preludio di un intervento», e oltretutto si tratta di un sì condizionato, da concedere, caso per caso, «solo per proteggere» le forze americane impegnate contro Daesh. È chiaro, però, che lo scenario cambia, e da oggi i velivoli senza pilota potranno alzarsi dalla base siciliana non più soltanto per compiti di ricognizione. Come giudicare la novità? Per Gianandrea Gaiani, direttore del magazine web «Analisi Difesa», «ci sono una buona notizia e una cattiva. Quella buona è che l’Italia, col diritto di veto sui raid, mantiene comunque la propria sovranità e gli statunitensi non possono fare tutto ciò che vogliono solo perché hanno un accordo sull’utilizzo delle basi. Quella cattiva è che nessuno sta facendo davvero guerra all’Isis in Libia».

Con questa decisione, e a queste condizioni, cambia qualcosa nella linea seguita dall’Italia nel contrasto all’Isis in quell’area?
«Nulla. Siamo sulla strada che abbiamo seguito fino ad ora: continuiamo a porci il problema della legittimità internazionale e restiamo comunque contrari ad azioni belliche dirette. Ricordiamoci che i nostri aerei Tornado che dal Kuwait sorvolano l’Iraq nell’ambito della coalizione contro il Califfato – e con piena legittimità perché invitati a farlo dal governo locale – sono disarmati e si limitano a indicare bersagli. Non vogliamo colpire, e coerentemente, in forza dell’accordo del ’54 tra Italia e Usa sulla gestione delle basi militari statunitensi (in parte ancora segreto), non consentiamo agli americani di realizzare interventi offensivi attraverso gli F16 o i droni che hanno sul nostro territorio. Li abbiamo negati, ad esempio, venerdì scorso, quando gli Stati Uniti hanno deciso, unilateralmente, senza aspettare il faticosissimo insediamento del governo di unità nazionale libico, di attaccare un campo di addestramento Isis a Sabratha, in Tripolitania, per colpire il responsabile degli attentati al Museo del Bardo di Tunisi. Probabilmente il bersaglio è stato indicato dai droni di Sigonella, ma gli aerei per il raid sono partiti dalla Gran Bretagna».

Ma ora dalla base siciliana potranno alzarsi anche Predator armati. È vero, per «scopi difensivi» e sempre previa concessione del nostro governo, ma finalizzati comunque a bombardare in un Paese straniero. In questo caso la differenza tra protezione e attacco è questione di lana caprina o no? 

«Sul piano militare sì. Distinguere tra azione difensiva e offensiva è una sottigliezza, un escamotage. D’altronde l’Italia fa parte di una coalizione che ha dichiarato guerra a Daesh dal 2014, e come tale è già belligerante. Ma sul piano politico per il nostro governo la distinzione è fondamentale, e per due ragioni. Innanzitutto, come accennavo, per mantenere la propria linea di contrasto al Califfato: non interventi diretti ma indiretti – come stiamo facendo ad esempio in Iraq, addestrando i miliziani curdi. Poi, ed è la questione più importante, per salvaguardare la sicurezza del nostro Paese dai terroristi. L’Italia sa bene che chiunque abbia deciso di condurre azioni belliche contro lo Stato Islamico ha pagato con sanguinosi attentati sul territorio nazionale o contro i propri cittadini all’estero».

Ma già solo il fatto di autorizzare la partenza di droni armati non ci espone comunque a rappresaglie terroristiche, a cominciare dalla Sicilia? La Libia, tra l’altro, è a un passo.
«Non credo. Anche perché, finché l’impiego bellico è affidato agli americani, saranno loro nel bersaglio dei jihadisti. I terroristi potrebbero puntare direttamente sulla protettissima Sigonella, ma con quali armi? Certo, la paura di ritorsioni in Italia c’è sempre, e anche per questo il nostro governo finora non ha voluto o spinto un impegno bellico diretto e non ha mai ucciso neanche un miliziano dell’Isis: un cambio d’atteggiamento esporrebbe il nostro Paese ad attentati. Non scordiamoci che quando i Russi hanno iniziato i raid in Siria gli hanno fatto saltare un aereo charter decollato da Sharm el Sheikh, quando gli Hezbollah hanno mandato truppe a combattere ad Aleppo a fianco di Bashar al Assad due kamikaze si sono fatti esplodere in un quartiere sciita di Beirut, e in Tunisia i terroristi hanno ucciso turisti britannici. Il timore comunque resta. E il nostro governo, ne sono convinto, sull’intesa di Sigonella avrebbe voluto mantenere un profilo basso. Gli americani ci hanno preso in giro».

In che senso?
«Chi è stato a diffondere la notizia dei droni armati? Sicuramente non il nostro Esecutivo, che si è limitato a confermare. È stato il Wall Street Journal, ed è probabile che sia stato il Pentagono a far filtrare la novità attraverso uno dei più autorevoli quotidiani statunitensi. Credo che il governo italiano non avrebbe mai voluto renderla pubblica, non solo e non tanto per non alimentare le polemiche dei pacifisti nostrani, ma soprattutto per non causare problemi di sicurezza interna. Non è la prima volta che succede. Obama tempo fa preannunciò che il nostro Paese avrebbe mandato i suoi soldati a difendere dal Daesh la diga di Mosul in Iraq, poi toccò a Renzi spiegare agli italiani di cosa si trattava. Hanno rifatto la stessa cosa con Sigonella. Si tratta di informazioni delicate, e se il governo non le ha volute rivelare vuol dire che aveva le sue buone ragioni. Probabilmente riteneva che un’esposizione mediatica avrebbe potuto dare spazio a rappresaglie terroristiche».

Ma perché gli Usa avrebbero voluto diffondere la notizia?
«Potrebbe far parte di quella strategia di pressione che gli Stati Uniti stanno esercitando da tempo sull’Italia quando si parla di Libia e più in generale dei territori dove l’Isis ha preso piede. Gli americani stanno premendo sull’Italia e sugli altri alleati per spingerli ad adottare un ruolo più forte e incisivo in tutte le aree dove è presente il Califfato. Quel ruolo che noi italiani, pur facendo parte della coalizione, no abbiamo voluto mai interpretare».

Ma l’accordo su Sigonella non dimostra che stiamo cominciando a cedere a queste pressioni?
«Non credo. Non abbiamo consentito l’impiego tout court dei droni, dovrà esserci sempre il nostro giudizio, caso per caso, sotto la nostra sovranità. E le azioni belliche saranno sempre e comunque di matrice americana, condotte dalla sicurezza statunitense contro i guerriglieri Isis in modo autonomo – come finora hanno fatto anche in Iraq e in Siria, a volte avvisando i Paesi amici, a volte in segretezza. Loro vogliono attaccare prima di una stabilizzazione politica in Liba, noi vogliamo aspettarla, e vogliamo che sia in caso il nuovo governo libico a chiederci un ruolo più forte. Da questo punto di vista non abbiamo avuto nessun cedimento rispetto alle nostre posizioni. Semmai c’è stato un compromesso. D’altronde gli Usa sono nostri alleati, e qualcosa bisognava concederli, anche per una questione di equilibri politici. Detto questo, rimane un problema cruciale: la sorte della Libia e del Califfato».

Cosa intravede all’orizzonte?
«Ho paura che proprio mentre ci si concentra su questi equilibri politici tra Usa e Paesi alleati, in uno scenario in cui gli americani attaccano, colpendo una tantum bersagli isolati senza una strategia di lungo termine, gli uomini del Califfo aumentano il loro potere e la loro presenza in Libia. Bisognava intervenire prima, e drasticamente, invece si è perso e si continua a perdere una marea di tempo. Lo scorso febbraio, quando l’Isis nell’area contava appena 300 miliziani, l’Egitto chiese aiuto ai Paesi occidentali per un attacco congiunto a Derna. Avremmo potuto spazzarli via in dieci giorni, invece abbiamo deciso di non agire e lasciarli soli. Fu un errore gravissimo. Oggi l’unica soluzione per fermare il Daesh è un intervento di terra, un corpo di spedizione che stani uno per uno i covi degli jihadisti, rada al suolo Sirte, e faccia capire alla popolazione locale che fine fa chi si unisce al Daesh. In questo senso, trovo assolutamente positivo il fatto che l’Italia non abbia deciso di seguire gli Stati Uniti nella loro tipologia di intervento, che finora si è rivelata inefficace. Gli americani vorrebbero coinvolgerci in azioni aeree mirate e incursioni di forze speciali, come fatto in Siria e in Iraq, ma con pessimi risultati».

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