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DIRETTI IN LIBIA

Droni americani alla base di Sigonella, arriva l'ok del governo

«L'Italia fa la sua parte come tutti gli altri», ha assicurato il premier Matteo Renzi, confermando l'ok del governo all'uso della base di Sigonella per i droni americani diretti nel Paese nordafricano

ROMA. La Casa Bianca è «particolarmente preoccupata» dalla presenza dell'Isis in Libia e dalla sua capacità di attrarre - come in Iraq e Siria - sempre più foreign fighter, ed è determinata ad «agire se emergeranno minacce dirette». L'amministrazione Obama si aspetta dunque la cooperazione dei partner europei, Roma compresa.

«L'Italia fa la sua parte come tutti gli altri», ha assicurato il premier Matteo Renzi, confermando l'ok del governo all'uso della base di Sigonella per i droni americani diretti nel Paese nordafricano. Ma,  come già precisato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, Renzi ha ribadito: il sì arriverà solo «caso per caso».

Rivelato ieri dal Wall Street Journal, l'accordo tra Italia e Stati Uniti ha fatto però insorgere le opposizioni con Sinistra Italiana e Lega Nord che chiedono al governo di riferire in Parlamento sulla vicenda.

La prima indignata per aver saputo del via libera solo dalla stampa, e il Carroccio che si chiede se «stiamo per partecipare a un'azione di guerra». La possibilità che le basi vengano utilizzate per operazioni antiterrorismo «non è preludio a un intervento militare», ha subito chiarito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, dalla Turchia, ribadendo anche lui che quella con il Pentagono «è una collaborazione finalizzata a operazioni di difesa». Non sarebbero previste operazioni di attacco, dunque, simili a quella di venerdì scorso su Sabratha dove raid Usa hanno ucciso decine di jihadisti - compresa la mente degli attentati dello scorso anno in Tunisia Noureddine Chouchane - ma che hanno causato anche la morte di due ostaggi serbi.

Ed è su questo tipo di operazioni, che Washington starebbe tuttavia ancora tentando di convincere Roma. Per un vero e proprio intervento anti-Isis in Libia, la comunità internazionale attende formalmente di ricevere una richiesta ufficiale da un governo di unità nazionale. Governo che però ancora non esiste. Per l'ennesima volta oggi, il parlamento basato a Tobruk ha rinviato il voto sull'esecutivo del premier incaricato Fayez al Sarraj, ufficialmente per mancanza del numero legale in aula.

Deluso l'inviato speciale dell'Onu per la Libia, Martin Kobler, che dopo aver incoraggiato stamani via Twitter i deputati a votare, in serata ha poi espresso - tramite lo stesso social - «preoccupazione per la lentezza del processo politico, scavalcato dagli eventi militari», invitando ad «accelerare il contrasto all'espansione del Daesh». E per farlo «il processo politico deve essere accompagnato dalla creazione di un esercito libico forte, responsabile, addestrato ed equipaggiato».

Ma lo stesso Consiglio presidenziale, guidato da Sarraj, sta perdendo pezzi: uno dei suoi membri, Mohamed el Amary, ha presentato le dimissioni oggi in disaccordo sul via libera dato dal Consiglio alle operazioni militari a Bengasi, guidate dal generale Khalifa Haftar il cui ruolo nel futuro governo resta uno dei nodi irrisolti. «Non voglio partecipare a un organismo che legalizza i bombardamenti sui civili e si felicita delle demolizioni delle case», ha spiegato al Amary, andandosene, mentre nelle stesse ore l'esercito fedele a Haftar e combattenti civili assestavano un duro colpo ai jihadisti nella città, cacciandoli dal quartiere di Lithi, la loro roccaforte a Bengasi.

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