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IL DOCENTE

Ghirelli: «I recinti non servono niente ferma i migranti»

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Da una parte l’ennesimo naufragio, dall’altra nuove chiusure o restrizioni, in mezzo lo stallo dei Paesi Ue. Intanto, lungo le due rotte, balcanica e libica, continuano incessanti i flussi migratori, le frontiere tornano a chiudersi, le tragedie si ripetono. La domanda, dunque, è sempre la stessa: come si esce fuori da questo circuito? Per Massimo Ghirelli, docente di Politica delle migrazioni all’Università di Roma Tre e fondatore dell’Archivio dell’Immigrazione, «bisogna innanzitutto imparare a trattare e gestire il fenomeno per quello che è: non come se fosse un’improvvisa catastrofe naturale, esiste da tempo e si amplifica quando ci sono guerre in corso, anche se lontane».

Nel breve termine cosa si può fare?
«Non c’è altro da fare che attrezzarsi per la primissima accoglienza. E serve una cooperazione europea, un cambio di passo, non tanto dell’Ue, che sul tema sta adottando una politica apprezzabile, ma di alcuni Stati membri che agiscono ognun per sé, a cominciare dalla civile Austria, dimostrando di non credere ancora nell’Unione e di non guardare all’immigrazione come a un fatto che riguarda da vicino tutta l’Europa. E bisognerebbe smetterla di definire e trattare come “emergenza” un fenomeno migratorio che dura ormai da anni, se no non si va da nessuna parte. Si pensi al caso di Lampedusa: periodicamente si ripete un arrivo straordinario di migranti, ogni volta la situazione diventa ingestibile e scatta, per l’appunto, l’emergenza. È possibile che non riusciamo a prepararci prima?».

Vienna ha fissato il suo tetto: non più di 80 richieste d’asilo al giorno. Questa norma è compatibile con le leggi europee e con il diritto internazionale?
«Assolutamente no. Per l’asilo politico non può esserci alcun tetto massimo, in nessun Paese europeo e in nessuno Stato che ha abbia accettato la convenzione di Ginevra. Ma l’errore non è solo sul piano normativo, ancora una volta c’è un problema di approccio. Ho sempre considerato il discorso delle quote un po’ ridicolo: come si fa a contingentare un fenomeno di cui non abbiamo le redini e che non possiamo governare direttamente? L’arrivo dei migranti non dipende da noi».

Intanto, dopo l’Austria, pure Slovenia, Serbia e Macedonia annunciano misure restrittive e l’Ungheria vuol chiudere i valichi di frontiera con la Croazia. In questo scenario la cosiddetta rotta balcanica si sposterà sempre di più sull’Italia?
«Potrebbe succedere. Avremmo comunque, potenzialmente, la possibilità e la forza per riceverli, e non dovremmo farci scoraggiare dai numeri: ogni anno accogliamo 40 milioni di turisti, difficile credere che non saremmo capaci di ospitare 400 o 500mila migranti per un periodo di tempo. Se poi alcuni di loro decidono di restare in Italia che ben venga, ne abbiamo bisogno. Gli studi economici e dell’Istat ci dicono quanto sia utile il lavoro straniero, che è sempre fonte di sviluppo. Detto questo, i movimenti che partono dal Medio Oriente potrebbero orientarsi anche verso altre direzioni, quel che è certo è che non saranno recinti o restrizioni a fermarli. Chi sta da anni in un campo profughi e in patria ha visto familiari e amici morire sarà sempre disposto ad affrontare qualsiasi viaggio e pericolo, rischiando anche la vita pur di lasciare fame e guerra. Le chiusure servono solo a complicare e ostacolare gli spostamenti, aumentando i rischi per i migranti. Se non siamo in grado di impedire a un Paese membro di chiudere le frontiere e di sanzionarlo per questo, vuol dire che l’Ue si sta progressivamente sgretolando».

Attrezzarci per l’accoglienza, ma all’origine, alla partenza dei migranti, cosa si può fare?
«Anche in questo caso c’è un problema di organizzazione e impreparazione. Ci sono i campi profughi, gestiti tra l’altro dall’Onu, perché non si creano lì gli hotspots, per comprendere fin da subito chi ha il diritto di rifugiarsi e dove vuole andare? Il Consiglio italiano dei rifugiati, di cui faccio parte, sta provando a percorrere questa strada da anni. Lo abbiamo fatto in Niger e in Libia, cercando, anche attraverso l’aiuto delle Nazioni Unite, di controllare lì, non in Europa, le persone che chiedono asilo, dando loro la possibilità di avere già le prime carte, evitandogli tragici viaggi in mare.

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