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L'INTERVISTA

Bertolone: «Dai Narcos alla mafia la dura condanna di Bergoglio»

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L'Arcivescovo: «Dietro le criminalità interessi economici che minano la pace e la sicurezza dei popoli. E ai prelati chiede un impegno per una lotta etica»

ROMA. «Dietro l'idolatria del profitto ci sono interessi economici e guerre di potere che minano la pace e la sicurezza delle persone». Ecco perché, secondo l'Arcivescovo di Catanzaro, monsignor Vincenzo Bertolone, il Papa non esita a pronunciare parole di condanna nei confronti delle organizzazioni criminali. Lo ha fatto in Messico a proposito dei narcotrafficanti. Lo aveva già fatto anche in Italia, a Cassano all'Jonio e a Napoli, condannando il fenomeno mafioso. E a questo proposito Bertolone, che è stato postulatore della causa di beatificazione di padre Pino Puglisi, primo martire ucciso dalla mafia, spiega che con Francesco si chiude un percorso che porta a «configurare la mafia come apostasia e a collocare i suoi adepti fuori dalla comunità cristiana».

Che cosa emerge dalla visita del Papa in Messico?
«In primo luogo, la chiara indicazione di guardare soprattutto all'America latina, all'interno di una più ampia attenzione della Chiesa per le "periferie" esistenziali, geoculturali ed anche ecclesiali. In ogni caso, leggiamo nel viaggio una nuova tappa dell'Anno speciale sulla Misericordia e di attenzione paterna e materna nei confronti degli ultimi, dei più poveri. Penso che ci sia contemporaneamente un messaggio alla Chiesa e uno al mondo. Ai credenti il Papa mostra uno stile di Chiesa, che pur con tutti i suoi limiti umani, si china sulle ferite dell'uomo, guarda soprattutto agli scartati, combatte le ingiustizie che offendono la dignità della persona umana; al mondo dice, allo stesso modo, di fidarsi della buona notizia del Vangelo perché è notizia di liberazione, giustizia e amore, fermento per un rinnovamento etico, sociale e politico».

Durante il viaggio apostolico il Papa ha usato parole di condanna contro i narcotrafficanti. Perché Bergoglio reputa importante fermare i loro interessi criminali?
«Le parole del Papa sono necessarie per formare e scuotere le coscienze. Nell'idolatria del capitalismo esasperato, che di fatto ha sostituito al vero Dio il "dio denaro", occupa un ruolo particolare l'economia illegale legata al traffico internazionale di droghe. Dietro questa criminalità ci sono interessi economici e guerre di potere che minano prepotentemente la pace e la sicurezza del popolo, oltre a distruggere il vero volto di Dio. Essi hanno radice - ha affermato il Papa - in quella visione egoistica dell'idolatria del profitto, nella quale pochi ricchi vogliono impossessarsi dei beni della terra che sono invece di tutti, calpestando il principio che "la terra è di Dio" e, per questo, è stata affidata in custodia a tutti gli esseri umani».

Bergoglio si è rivolto anche ai vescovi. Che cosa vi chiede di fare contro le mafie?
«Dal punto di vista pastorale, i vescovi debbono prendere nettamente le distanze da tutto ciò che è immorale, anti-umano (e il narcotraffico lo è), da gesti o posizioni che, anche lontanamente, potrebbero far pensare a una qualche forma di approvazione implicita delle strategie criminali. L'invito papale è quello di essere sempre Pastori attenti e vigilanti, di impegnarsi per una lotta culturale, morale, religiosa; resistere a tutte le mafie e denunciare che l'adesione formale - o la contiguità silente - a qualsiasi organizzazione mafiosa è generatrice soltanto di violenza ; in controtendenza, annunciare la bellezza liberante del Vangelo, che "coinvolga tutti e tutti abitui a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza e, quindi, della complicità».

Non è la prima volta che il Papa si pronuncia contro le varie forme di mafie. Qual è la posizione di Francesco su questo fenomeno umano?
«È una posizione di condanna nettissima, ufficiale, della Chiesa, manifestata già dai suoi predecessori. Basti pensare alla tremenda invettiva di San Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento, o al monito di Papa Benedetto a Palermo. Papa Francesco si pone decisamente in questa scia e dà voce a una maturazione frattanto avvenuta a tutti i livelli delle Chiese particolari. Ogni forma di criminalità, soprattutto se violenta, è disumana e, quindi, da aborrire. Papa Francesco, perciò, denuncia tutte quelle alleanze umane che nascono nell'ambiguità e si muovono nelle tenebre. Ha spesso parlato di mafia, ma anche di altre forme di lobby. Egli sa che queste realtà possono inquinare le relazioni umane, la società, la politica e le istituzioni, anche quelle ecclesiali. Non si tratta di una posizione personale, ma della visione del Vangelo: rifiutare nettamente il male sotto qualsiasi etichetta si presenti».

Il Papa ha apertamente detto in Calabria che i mafiosi sono scomunicati. Come si può leggere questa sua espressione?
«Noi Vescovi calabresi l'abbiamo scritto sia nella nostra Nota pastorale che nel Direttorio pastorale. Scomunicati: questa parola, rafforzata dall'autorità del Pontefice in visita a Cassano all'Jonio, ma ripetuta anche a Napoli, chiude il cerchio di un cammino definitivamente intrapreso dalla Chiesa e dalle Chiese particolari e suona come una presa d'atto corale in vista di un atteggiamento inderogabile e indifferibile: configurando la mafia come apostasia, i suoi adepti, che non sono in comunione con la Chiesa, si collocano e sono collocati automaticamente fuori dalla comunità cristiana e dalla retta professione di fede, perché costituiscono una contro testimonianza».

Francesco, però, ha rivolto ai mafiosi anche l'invito alla conversione. Perché?
«Non possono coesistere il segno della croce e la violenza sul proprio simile. Essere cristiani non ammette di comportarsi, insieme, da criminali e mafiosi. La zizzania non è grano, così come attesta oggi perfino Salvatore Grigoli, il sicario del beato don Pino Puglisi. Non si può essere al novanta per cento credenti in Dio, addirittura invocandone il nome prima di un attentato e di una violenza sul prossimo e, per il resto, seguire le regole perverse, criminali e disumane dell'onorata società. Tuttavia, dal punto di vista morale, non si può mai del tutto escludere la fede, almeno remota, perfino nel più traviato e pervertito degli esseri umani. È una sfida immane, che non a caso è costata anche la vita a chi l'ha intrapresa: rifiutare qualsiasi connivenza ma non negare la convivenza ad alcuno dei nostri fratelli e sorelle in umanità, qualunque sia l'enormità del male compiuto. Anche i peccati più odiosi e aberranti, se si aborriscono con piena consapevolezza e si riparano adeguatamente, riportano il peccatore sulla strada dove, da lontano, attende il Padre misericordioso».

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