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L'INTERVISTA

"Siria, un Paese in rovina: si va verso la divisione in due mini-Stati"

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PALERMO. Cinque anni di guerra civile in Siria, 250 mila vittime civili, 11 milioni di profughi. «Difficile dire - afferma Gabriele Natalizia, docente di Relazioni internazionali all'Università "Link Campus" di Roma - se sia possibile immaginare un futuro per quel Paese, ma tutte le notizie che ci giungono ora indurrebbero a rispondere negativamente». Per lo studioso, coordinatore del sito geopolitica.info, lo smembramento di quello Stato è ormai dietro l'angolo. E le mappe geografiche scaturite dalla fine della Prima guerra mondiale sono da ridisegnare, come con la ex Jugoslavia: «Anche i confini non sono irreversibili. Gli ultimi attentati dell'Isis ci segnalano che la frattura tra comunità religiose in Siria sembra diventata insanabile».

A Ginevra, iniziato e subito sospeso il nuovo round di negoziati Onu per la pace in Siria. Non c'è due senza tre, dopo i vertici fallimentari del 2012 e dello scorso anno?
«La conferenza è molto importante, perché rappresenta un momento di incontro intorno a un tavolo negoziale tra i principali attori internazionali che hanno interessi in Siria e che sono proiettati in questo teatro di crisi anche militarmente. Ma qui finivano i punti di forza e iniziavano quelli di fragilità. Normale l’assenza di un rappresentante dello Stato Islamico, la cui sconfitta almeno ufficialmente è il minimo comun denominatore di tutte le delegazioni presenti a Ginevra. Molto meno quella della delegazione curda delle Unità di Protezione Popolare, un gruppo che ha dimostrato di essere l'unico in grado di respingere le offensive del Califfato. La delegazione curda, che inizialmente aveva raggiunto la Svizzera, si è ritirata lamentando di non essere stata ufficialmente invitata dall’inviato speciale ONU per la Siria, Staffan de Mistura».

Solo un incidente diplomatico?
«La presenza dei curdi siriani è fortemente osteggiata dalla Turchia, assolutamente contraria a dare qualsiasi forma di legittimazione internazionale al loro progetto indipendentista. Uno Stato curdo, d’altronde, agirebbe da magnete anche per il Kurdistan turco, gettandolo in subbuglio. Sempre tra gli assenti figura anche l’altro gruppo jihadista di Jabhat al Nusra, che controlla alcune porzioni di Siria per conto di al Qaeda. Grazie al sostegno dell’Arabia Saudita è presente, invece, l’Alto Comitato per il Negoziato (HNC) che raggruppa 32 sigle dell’opposizione considerata “moderata”, ma che al suo interno comprende gruppi direttamente collegati alla galassia del radicalismo islamico come Ahrar al Sham e Jaysh al Islam».

Scenari ipotizzabili?
«Tra i più probabili, la divisione del Paese in due o più mini-Stati, che si trasformerebbero in qualcosa di molto simile a protettorati di potenze straniere. Un primo in Siria occidentale, che diventerebbe parte della sfera di influenza iraniana e garante delle posizioni russe nel Mediterraneo. Un secondo nella Siria centrale, da vedere se eterodiretto dall’Arabia Saudita o dalla Turchia. Infine, uno Stato curdo nella zona nord-orientale del Paese. Questa opzione però dipende dalla disponibilità di Washington a rischiare uno strappo senza precedenti nei rapporti con Ankara. Un’ultima soluzione, infine, è la nascita di uno Stato federale».

Ayatollah a fianco di Damasco. Sulla spinta del ritrovato dialogo con Usa e Unione Europea, l'Iran riuscirà a far cambiare idea alle potenze occidentali sul "nemico" Assad?
«Nella sostanza, sembra già mutato. Ormai quasi tutti i principali Stati occidentali concordano sul fatto che, almeno nell’immediato, non sia possibile una completa uscita di scena di Assad. D’altronde, anche agli occhi dell’opinione pubblica mondiale la causa della tragedia siriana ormai non sembra più il dittatore. Ad ogni modo non è da escludere che tra gli accordi non scritti relativi al "deal" sul nucleare tra l’Iran, la Russia, gli Stati Uniti e i loro alleati ci sia anche la rinuncia al rovesciamento del regime. Almeno, nel breve termine».

Decisivo l'intervento russo per la sopravvivenza del regime siriano. Perché Putin tiene tanto al suo alleato mediorientale?
«Tante ragioni concorrono a questa scelta. Una è che con il sostegno militare fornito ad Assad, Putin ha visto aumentare il suo prestigio anche in Occidente. Questo effetto è cresciuto esponenzialmente dopo la strage di Parigi del 13 novembre. Come Bush all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, oggi è il presidente russo ad essere considerato come il principale alfiere nella lotta contro lo Stato Islamico».

Altre ragioni?
«La permanenza di Assad al governo sembra un’assicurazione per la presenza russa in Medio Oriente, con la base navale di Tartus e quella militare di Latakia. Inoltre, il posizionamento "boots on the ground" ("stivali sul campo" per indicare l'intervento di terra, ndr) nel teatro medio-orientale può costituire una pedina importante nella più ampia e complessa partita che Mosca sta giocando per la sua definitiva riaffermazione come grande potenza. Molti osservatori, tuttavia, circoscrivono la portata strategica della questione sostenendo che a Mosca molti considerino la Siria come una sorta di pedina di scambio con gli Stati occidentali per far accettare in futuro l’annessione della Crimea e lo "status quo" in Ucraina e nel Caucaso. I sostenitori di questa ipotesi, comunque, dimenticano l'altra faccia della medaglia della lotta della Russia contro lo Stato Islamico».

Quale?
«È quella legata agli equilibri interni della Federazione. Circa 7 mila foreign fighters hanno passaporto russo e non provengono solo dal Caucaso settentrionale. Il governo teme che questi, un giorno, potrebbero tornare in patria per attivare nuove cellule terroristiche. Quindi, anche le mosse di Mosca sulla scacchiere siriano assumono anche i contorni di un'operazione preventiva per la stabilità politica nazionale».

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, mai come adesso Mosca era stata tanto capace di imporsi sulla scena internazionale. Che succede al Cremlino?
«Sbagliava chi pensava che sarebbe stato possibile relegare la Russia ad un ruolo marginale per lungo tempo».

Un modo per conquistare consensi pure in Occidente?
«L’Europa ha riscoperto una Russia “occidentale” perché questa fa, in altre parole, ciò che gli Stati europei non hanno il coraggio o l’interesse di fare. Mi riferisco, come recentemente ribadito anche dal patriarca di Antiochia dei Siri, alla difesa della minoranza che per definizione è perseguitata in Medio Oriente: i cristiani, appunto».

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