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Arpino: l'Isis va sconfitto solo con la guerra, ma l'Italia non deve combatterla

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ROMA. Un camion-bomba a Zliten ha causato la morte di oltre settanta persone: un attentato che attesta la continua avanzata dell’Isis in Libia, indirettamente favorita dalla frattura tra Tobruk e Tripoli. Intanto, nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi ha incontrato il primo ministro libico designato, Fayez Al Sarraj, e ha garantito l’appoggio dell’Italia «per assicurare la riabilitazione dei servizi essenziali e la stabilizzazione di un Paese martoriato da divisioni, terrorismo e traffico di esseri umani». Con il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa e oggi membro del consiglio direttivo dello Iai (Istituto Affari Internazionali), proviamo a capire cosa realmente può fare l’Italia, sul piano militare e organizzativo, per contribuire alla ripresa della Libia.

Di fronte al nuovo attentato di Zliten, ci si chiede cosa può fare in concreto l’Europa per fronteggiare in Libia il pericolo Isis. E, soprattutto, cosa può fare l’Italia?
«C’è stato un accordo non molto chiaro, che aveva già avuto una sua genesi con Bernardino Leon e adesso prosegue con il nuovo inviato Onu, Martin Kobler. Questo accordo è stato contestato da diverse fazioni, sia a Tobruk che a Tripoli, mentre è stato accettato dai moderati delle due città. Il motivo è presto detto: chi ha le armi sono le tribù e non i moderati. Di conseguenza, chi ha le armi non accetta di farsi governare da chi non le ha. Durante l’incontro di Roma si erano poste le basi per creare qualcosa di serio, andando oltre a quell’accordo “semi-privato” che era emerso dal vertice di Tunisi. A questa situazione, diplomaticamente già complicata, si aggiunge l’intervento “a gamba tesa”, per utilizzare un gergo calcistico, che è l’attentato ai pozzi petroliferi di Zliten dell’altro ieri rivendicato dall’Isis. La sintesi del problema è la seguente: l’Isis andrebbe debellato con un’azione di guerra, che è quello che l’Italia non può fare e non può impegnarsi a fare».

Stando ai dati Onu, i combattenti dell’Isis in Libia sono in aumento, ne sarebbero stati stimati circa tremila. Anche questo dato è ascrivibile a un fallimento euro-occidentale in Libia?
«L’Isis, anche con quest’ultimo attentato, ha rivendicato una presenza sul territorio, come a voler dire: “Guardate che oltre Tobruk e Tripoli ci siamo anche noi”. Tuttavia, l’Isis non è un soggetto che scende a compromessi, non fa accordi con nessuno e questo non soltanto in Libia. Quindi, l’unica soluzione per risolvere il problema sarebbe quello di eliminarlo. Ma l’esercito italiano non può farlo. Quelli sono i metodi della guerra. Fino a che l’Europa non avrà chiari questi aspetti, saremo sempre pronti a parlare di fallimenti. L’Isis vuole soldi, gestisce traffico di armi e di persone, vuole gestire il petrolio. E, in tutto questo, continua a creare aggregazione, non solo in Libia. Anzi, posso dire che non tutti i libici sono da considerare “fidelizzabili”. Piuttosto noto una simpatia crescente nei confronti dell’Isis da parte dei tunisini. Insomma, tutte situazioni che si fronteggiano con un atteggiamento, “a la guerre comme a la guerre”. L’Italia non può permettersi di accogliere la sfida. Chi può farlo, forse è la Russia, che ha già dimostrato certe sue intenzioni in Siria».

La Russia, dal suo punto di vista, può avere un ruolo in questo scenario?
«Non lo escluderei. Mosca sta portando avanti una strategia tesa a riempire gli spazi lasciati vuoti da Washington. Va letto anche così il rinnovato interesse verso le sorti del Paese nordafricano da parte della Casa Bianca, che ha organizzato con la Farnesina il recente summit a Roma. La Russia proverà a entrare nella partita attraverso l’Egitto, che a volte si sente trascurato dagli Stati Uniti. Ma credo che l’attivismo di Vladimir Putin sarà speculare a quello di Barack Obama. Se gli Stati Uniti non interverranno in modo netto in Libia, anche la Russia si terrà in disparte».

Su un piano più prettamente strategico-militare, anche ad accordo ottenuto, si porrebbe il problema del che fare e di quali modelli seguire per gestire il territorio nella fascia da a Tripoli a Torbuk. Ci sono, secondo lei, modelli da prendere ad esempio e applicare alla specificità libica?
«La Libia ha caratteristiche uniche sia territoriali sia politiche. Dopo una fase iniziale, in Iraq, per esempio, l’Occidente non è intervenuto molto, ma ha addestrato le forze locali, a cui poi si è appoggiato, ma lo zoccolo duro ha contato sul sostegno dell’Iran sciita. Uno scenario non replicabile in Libia. Ma non è nemmeno questa la differenza più grande. In Iraq c’era un esercito unico. Mentre nell’ex regno di Gheddafi deve essere ancora sciolto il nodo di chi guiderà le prossime forze armate. Al momento c’è un esercito, comandato dal Haftar, ma rappresenta solo Tobruk. La sua figura non è riconosciuta da tutti. È evidente che nell’esercito della nuova Libia dovranno essere implementate anche le milizie di Tripoli o questo schema non reggerà. Più facile a dirsi che a farsi, senza contare che rispetto agli altri due teatri, nel Paese nordafricano si deve fare i conti immediatamente con la presenza sempre più pericolosa dello Stato Islamico».

Si torna, allora, al primo punto: cosa può fare l’Italia in questo scenario?
«L’Italia, stando a quello che può fare, si deve limitare ad azioni di addestramento e ove possibile di controllo, anche se è impegnativo tenere sotto controllo 1.600 chilometri di costa, con la presenza di duecento milizie. Qualunque altro tipo di soluzione mi sembra difficile. Bisognerà poi, oltre che dai nemici, guardarsi dagli alleati, che proveranno, come accaduto in passato, a erodere gli interessi italiani nella regione. Penso al Regno Unito, che proverà a piazzarsi sul lato egiziano. Ma soprattutto alla Francia, che non ha mai visto di buon occhio la presenza di Roma in Nordafrica, che considera sin dal 1911 una sorta di suo cortile di casa».

Quanti uomini andrebbero impiegati in Libia?
«Abbiamo un potenziale che non supera i 6 mila uomini in totale. Dovremmo chiedere disponibilità ad altre missioni in caso di intervento militare. In Libano abbiamo impiegato 11 mila uomini, ma la Libia ha un’estensione molto maggiore su scala globale. Se dovessimo tenere conto delle dimensioni del Paese, considerato il deserto, dovremmo portare 100 mila soldati, 50 mila se vogliamo tenerci bassi. In sintesi, andremmo a toccare cifre che non possiamo garantire. La nostra massima potenza operativa è di 40 mila uomini, che dovrebbero alternarsi tra 10 mila sul campo, 10 mila che si preparano alla spedizione, 10 mila che si riposano in attesa della spedizione successiva e 10 mila che fanno addestramento. Ma impiegare tutte le nostre forze, significherebbe impegnare l’Italia soltanto sulla Libia. E anche questo non è possibile. Quindi sarà necessario capire che tipo di contributo offriranno gli alleati. Gli Usa daranno un supporto, ma credo non si faranno coinvolgere più di tanto».

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