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L'INTERVISTA

Valentina Colombo: «Nel califfato anche l'inno è un'arma mediatica per nuovi proseliti»

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Un anno dopo la sua autoproclamazione, lo Stato Islamico s' è dato pure un «nashid». Un inno ufficiale. «Salil al-sawarim», «Il tintinnio delle spade», il titolo. Il ritornello fa, pressapoco, così: «Il tintinnio delle spade è l' inno degli uomini fieri/Il sentiero del combattimento è la strada alla vita/Tra un' irruzione che stermina i tiranni/E la bella eco di un silenziatore». Per i miliziani dell' Isis, che in battaglia preferiscono decisamente i kalashnikov alle scimitarre, un canto carico di riferimenti simbolici: «La spada è senza dubbio un riferimento chiave non solo in ambito jihadista, ma oserei direi nel mondo islamico - spiega Valentina Colombo, docente di Geopolitica dell' Islam all' Università Europea di Roma - È simbolo di forza, di conquista, ma anche un riferimento diretto a Maometto che, come riporta la tradizione, possedeva numerose spade con le quali aveva combattuto. Il Museo del Topkapi a Istanbul ne espone alcune».

Nelle videoesecuzioni, spesso il Califfato esibisce boia muniti di lame. Una scelta ad alto impatto mediatico, quella di consegnare i nemici ai tagliagole?
«La spada, le lame, lanciano un messaggio preciso. D' altronde basta sfogliare il numero 7 della rivista dell' Isis, «Dabiq» e a pagina 20 si troverà un capitolo dal titolo esplicito: «L' Islam è la religione della spada e non del pacifismo». È evidente che chi voglia «terrorizzare i nemici di Allah», come affermano sia l' Isis che i Fratelli musulmani citando la sura VIII -60 (del Corano, ndr), faccia ricorso a tutto ciò che ricordi sangue, violenza e crudeltà. Per una realtà altamente mediatizzata come l' Isis, gli sgozzamenti sono parte integrante della strategia mediatica del terrore».

Nello Stato Islamico, si canta un inno ufficiale che contiene pure queste parole: «Il sentiero del combattimento è la strada della vita». Perchè legioni di islamici ritengono che uccidere o morire in nome di Dio sia la principale ragione di esistere?
«Il Corano rivelato a Medina, ovvero nel momento in cui l' Islam diventa Stato, è ricolmo di appelli al "jihad sulla via di Allah" rivolti ai musulmani che dovevano riconquistare e convertire La Mecca e la penisola arabica. Questi versetti, rivelati nel VII secolo dopo Cristo in una società beduina, sono alla base dell' ideologia jihadista e di quella apparentemente più moderata dei Fratelli musulmani. Il fondatore della Fratellanza, Hasan al-Banna, scriveva che "la più alta aspirazione è combattere sulla via di Allah" e, citando un detto di Maometto, affermava che chi fosse morto senza combattere il jihad sarebbe morto come chi è vissuto in epoca pre -islamica».

Dall' Iraq alla Nigeria, il Ramadan appena concluso è stato segnato da attacchi suicidi e stragi. Un mese sacro, segnato dal sangue?
«La storia islamica insegna che il Ramadan è sempre stato un mese di guerre. Nonostante il divieto di combattere in un mese sacro, il Corano afferma che il combattimento è preferibile alla sedizione giustificando, quindi, il ricorso alla forza e alle armi anche nel mese di Ramadan».

Siamo nell' era del «terrorismo 2.0», quello dei gruppi che usano Twitter per rivendicare massacri. Quali sono le parole -chiave della comunicazione jihadista?
«Le parole chiave sono quelle che hanno da sempre caratterizzato la jihad: spade (suyuf, savarim), jihad, condanna di apostasia (takfir), lotta ai miscredenti (kuffar, kafirun) e agli ipocriti (munafiqun). Il tutto in nome di Allah e con il richiamo a personaggi che hanno presa nell' immaginario islamico: da Maometto al Saladino».

Gli slogan «illuminati» delle Primavere arabe, in Egitto e Siria come in Libia e Tunisia, hanno lasciato rapidamente posto ai cupi richiami del Califfato nero. Perché?
«Gli slogan illuminati che chiedevano dignità, lavo ro, giustizia per le strade centrali di Tunisi, sono state ben presto scippate dall' ideologia dei Fratelli musulmani che ha rappresentato per molti leader jihadisti, tra cui Ayman al-Zawahiri e Abu Bakr al-Baghdadi stesso, il punto di partenza. L' avvento al potere della Fratellanza ha sdoganato anche frange più estreme, come Hizb al-Tahrir in Tunisia e i salafiti».

Quindi?
«Nonostante i Fratelli musulmani affermino di rappresentare il maggiore argine al terrorismo islamico, la loro ideologia rappresenta il terreno fertile per il jihadismo, poiché ne condivide il fine, pur non condividendone i tempi. Basterebbe leggere la lettera della jihad di Hasan al-Banna per comprendere quando i Fratelli musulmani siano vicini al jihadismo. Il primo ministro britannico Cameron e quello francese Valls lo hanno compreso e lo stanno dicendo apertamente».

In Italia crescono di pari passo paure e odi razziali. Colpa anche dell' Islam «europeo», moderato, che stenta a rendersi visibile?
«Stiamo vivendo un' epoca delicatissima dove gli equilibri sono molto fragili. È solo valorizzando e integrando i giovani musulmani che vivono nelle nostre scuole, evitando di cadere nella trappola dei sedicenti rappresentanti dell' Islam italiano o europeo, che ci salveremo da odi dannosi e dalle conseguenze amare della non integrazione».

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