LAVORO, Sicilia, Palermo, Economia
L'ANALISI

Posti di lavoro pochi e malpagati, la prima impresa resta il «pubblico»

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PALERMO. Sono passati più di quarant’anni da quando Leonardo Sciascia nel famoso libro «Palermo Felicissima» (scritto con Rosario La Duca) affermava che già allora la città non era organizzata per «consentire lo svolgimento delle attività umane e dei servizi». Ma oggi, vista attraverso il linguaggio dei numeri, Palermo che immagine ci restituisce?

Se dovessimo giudicare dalle opportunità di lavoro, la risposta sarebbe sconfortante. Nella fascia lavorativa, tra 20 e 64 anni, a Palermo lavorano 43 persone ogni cento. Ci ricorda Istat che nel Nord sono 64, quasi il 50% in più; e quei pochi che un lavoro a Palermo ce l’hanno, percepiscono un reddito inferiore della metà.

Ma non è soltanto un problema di lavoro; Palermo è una Città dove la mortalità infantile è significativamente più elevata che nel Paese, dove le competenze scolastiche degli studenti sono più basse, rispetto alla media italiana ma persino rispetto al Mezzogiorno, dove i parcheggi di scambio hanno la metà dei posti auto del resto d’Italia, dove i consumi pro capite di acqua sono un quarto in meno, dove i servizi per l’infanzia sono riservati al 5% della popolazione rispetto al 14% del Paese, dove per ogni milione di abitanti si registrano 8 brevetti all’anno rispetto ai 70 della media, dove la mortalità nelle strade urbane supera la media nazionale, dove le morti per tumore superano la media italiana, dove i cittadini vivono mediamente un anno meno, dove si differenzia il 12% dei rifiuti rispetto al 54% del centro-nord…. e dire che secondo una legge regionale, quest’anno Palemo (e l’intera Sicilia) avrebbe dovuto raggiungere il 65% di differenziata.

Il lavoro comunque resta la prima e la più irrangiugibile delle chimere. Era poco ed ora è pochissimo. In sette anni di crisi sono andati in fumo 47 mila posti di lavoro e quello che resta è quanto mai sbilenco. Siamo come un’automobile che cammina su due delle quattro ruote. Mettiamo a confronto la provincia di Palermo con quella di Brescia. Hanno esattamente lo stesso numero di residenti; ma Palermo ha 315 mila occupati, Brescia 522 mila. La distribuzione dell’occupazione tra le due province risulta abbastanza omogenea in alcuni comparti come agricoltura (4% Palermo, 3% Brescia), costruzioni (6% Palermo, 8% Brescia), commercio, alberghi, bar e ristoranti (19% Palermo, 16% Brescia). Il divario diventa invece incolmabile nell’industria (9% degli occupati a Palermo, 35% a Brescia) e nei servizi (62% Palermo, 38% Brescia).

Confindustria elabora un indicatore sintetico del livello di sviluppo provinciale; Palermo si colloca al 102° posto in graduatoria su 110 province italiane. È quindi il rapporto, inverso e sbilenco, degli occupati nell’industria e nei servizi il vero nodo gordiano. Alla gravosa povertà di industrie a Palermo si accompagna infatti una proliferazione degli occupati nei servizi pubblici, impressionante persino nel confronto con il Mezzogiorno. Secondo l’ultimo censimento Istat, Palermo occupa l’11% di tutti i dipendenti pubblici del Mezzogiorno ma si intesta appena il 6% degli abitanti meridionali.

È il risultato di decenni di scelte politiche orientate a gonfiare la pubblica amministrazione senza mai preoccuparsi delle attività produttive. La Corte dei Conti ci ricorda che più di un quarto (28%) di tutti i dipendenti regionali d’Italia sono in Sicilia, o meglio a Palermo. Nella media italiana ci sono 7 dipendenti comunali ogni mille abitanti, ma diventano 11 in Sicilia e addirittura 13 a Palermo. E dire che per un permesso di costruzione necessitano (fonte Banca Mondiale Doing Business 2013) 316 giorni a Palermo e 151 a Milano. E quando un imprenditore straniero vuole fare un investimento, guarda i report della Banca Mondiale non conta certo le giornate di sole!

Tra i dipendenti comunali di Palermo non sono ricompresi quelli delle società partecipate, le cosiddette ex municipalizzate, le stesse che determinano una qualità del servizio del tutto insufficiente, specie nei rifiuti, e costi più elevati che nel Centro-Nord. La tariffa della Tari (raccolta rifiuti) deve garantire, per legge dello Stato, la copertura integrale dei costi del servizio; ne consegue che a Palermo servizi pubblici sono più inefficienti ed allo stesso tempo più gravosi per i contribuenti (quelli conosciuti..).

Palermo, come del resto la Sicilia e l’intero Mezzogiorno, hanno un problema nei tempi di funzionamento della giustizia civile. Secondo Confartigianato la durata di un procedimento civile è di 970 giorni in Trentino e di 1.974 giorni in Sicilia. E certo in Italia non brilliamo. Ancora, secondo la Banca Mondiale, (Doing Business 2014) un’impresa operante in Italia, per ottenere il pagamento di un credito vantato nei confronti di un’altra azienda ricorrendo al giudice, deve attendere per un tempo anche triplo rispetto ai concorrenti operanti in altri Paesi industrializzati.

Che cosa servirebbe ad una città come Palermo? Per sbloccare il potenziale di Palermo e per mettere a reddito le sue risorse umane, culturali e professionali, servirebbe scommettere sul lavoro vero e produttivo e rinunciare alla monocultura dell’occupazione pubblica, assistita e precaria. Ma per imprimere questa svolta, può funzionare il modello istituzionale che governa la regione ed i singoli territori? Il controllo pubblico sull’economia carica di piombo le ali della società civile, impedisce la concorrenza e disincentiva i potenziali investitori esterni all’area. Un esempio. Dopo mesi di trattative la società Palermo Calcio era prossima a realizzare a Carini un grande centro sportivo, utilizzando risorse finanziarie proprie; nulla si chiedeva alle istituzioni locali se non di fare presto. Avrebbe portato lavoro, flussi regolari di utenti e arricchito un territorio poverissimo di strutture sportive. Ad iter amministrativo concluso, il Consiglio comunale di Carini ha preferito rimandare la decisione. Nel frattempo la Palermo Calcio si è ritirata dal progetto.

In definitiva il modello «pubblico=datore di lavoro» mostra tutte le sue crepe; non sarebbe ora di spostare il baricentro delle politiche dal lavoro precario ed assistito al lavoro vero? Non sarebbe l’ora di sollevare la pubblica amministrazione dal ruolo inadeguato di datore di lavoro e restituirle la sua vera mission, quelle di scrivere le regole e verificare che vengano puntualmente applicate?

 

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