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L'INTERVISTA

De Donno: «Il blocco navale non basta, i trafficanti sapranno aggirare l'ostacolo»

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PALERMO. Due sottomarini, cinque navi militari, tre aerei da ricognizione, due droni, tre elicotteri e un migliaio di soldati. Così, l' Europa muove guerra ai "boss dei barconi". Per l' ammiraglio Marcello De Donno, già capo di Stato Maggiore della Marina tra il 2001 e il 2004, uno schieramento di forze consistente. Non risolutivo, però: «Voi siciliani conoscete bene l' Etna: quando il fiume di magma trova un ostacolo, cerca nuove strade. L' Europa- aggiunge De Donno, ora al vertice dell' Istituto di Studi Strategici "Machiavelli" con sede a Roma capisca che non basterà un' azione militare a risolvere un problema di questa complessità. Serve un' iniziativa politica forte sull' altra sponda del Mediterraneo, diversamente questa missione sarà solamente una pezza. Una soluzione temporanea, in attesa di scoprire dove scorrerà il magma nella sua marcia inarrestabile!».

Contro il traffico di migranti, pieno accordo tra i ministri degli Esteri dell' Unione Europea sull' operazione "Eunavfor Med". Stavolta, si fa sul serio?
«Il passaggio dagli accordi politici alla messa in pratica presenta sempre qualche problema. Importante, comunque, che vi sia un coinvolgimento convinto dei Paesi dell' Europa. È interesse di tutti, d' altronde, affrontare con efficacia questa marea crescente».

Basteranno le risorse, i mezzi, che sono stati individuati per questa prima fase di interventi?
«Dipende dal tipo di impostazione che si vorrà dare, in funzione dei risultati da raggiungere. Se queste risorse garantiranno un controllo puntuale non solo della zona marittima ma anche della fascia costiera, potrebbero bastare. L' incognita è rappresentata dall' atteggiamento libico. Cioè, di una serie di soggetti che sono motivati da interessi differenti e hanno dimostrato di avere pochi scrupoli nel conseguire i loro obiettivi».
Una missione carica di rischi...
«Appunto. Per questo, gli Stati europei non possono contribuire solo con uomini e mezzi. È necessario, infatti, che siano consapevoli del rischio di perdite. Le mettano in conto, in funzione dell' obiettivo da conseguire».

A proposito di "incognita -Libia". Almeno su un punto, i governi locali sono pienamente d' accordo: non accetteranno sconfinamenti di forze straniere. Bisognerà, quindi, limitarsi a un blocco navale in acque internazionali?
«Considerato quanto sta avvenendo nella parte centrosettentrionale del Nord Africa, il problema degli sbarchi può essere governato e non bloccato. Per farlo, è imprescindibile che l' Europa tutta e anche le stesse Nazioni Unite si spendano pesantemente in modo da creare in Libia una controparte attualmente inesistente. Mi auguro che la Ue abbia preso in considerazione questa esigenza, andando ben oltre la discussione sull' operazione tecnica».

Finora, però, nel "Paese del Caos" ogni tentativo di mediazione s' è rivelato inutile. Si può puntare all' infinito sulla soluzione politica?
«Una cosa è certa: il mero blocco navale può avere unicamente efficacia nel breve termine e non costituisce il rimedio a un fenomeno complesso, che non è per nulla limitato nel tempo e nello spazio. Tutta l' Europa faccia pesare il proprio prestigio perchè si possa individuare un interlocutore in Libia col quale sedersi e fare accordi. Siamo dinanzi a una fase storica in un' ampia regione che sta vivendo profondi rivolgimenti. Se ci limitiamo a pensare come fermare i barconi, possiamo ottenere qualche risultato. Ma nulla più».

Alla portaerei "Cavour", il coordinamento degli interventi. Cosa significa davvero questo incarico che è stato affidato all' ammiraglia della nostra Marina Militare?
«Come fu per la "Garibaldi" (altra portaerei della Marina italiana, ndr) nell' operazione contro Gheddafi, la "Cavour" servirà da piattaforma che sarà collocata centralmente nell' area da tenere sotto controllo. Attraverso la sofisticata strumentazione di coordinamento, comando e controllo di cui dispone, la "Cavour" dovrà gestire tutti i mezzi che saranno impegnati nei singoli interventi. Chi ha concepito questa operazione, è pienamente consapevole della sua complessità già per il fatto che saranno utilizzati mezzi molto diversi tra loro. Ciò impone, quindi, la presenza di una nave -piattaforma in mare che sia capace di dirigere, conoscere e valorizzare ogni evento».

Per adesso, a differenza di quanto era stato ipotizzato nei mesi scorsi, non è previsto il coinvolgimento della Nato in questa missione. Un errore?
«No. Dal punto di vista operativo la questione è prettamente europea, anche se gli Stati Uniti ("socio forte" dell' Alleanza Atlantica, ndr) guardano con attenzione a quanto avviene. Allo sta to attuale non esistono i presupposti per un intervento della Nato che, non dimentichiamolo, ha scopo unicamente difensivo. In questo momento, non siamo di fronte a un' invasione o una minaccia che possano mettere a repentaglio uno dei Paesi -membri».

Gli Usa, però, hanno recentemente rilanciato l' allarme su possibili infiltrazioni terroristiche tra gli extracomunitari in arrivo nelle nostre coste. Neppure questa è una minaccia attuale?
«Non si può certo ignorare cosa possa avere in mente l' Isis. Personalmente, però, ritengo che il problema attuale non richieda un coinvolgimento della Nato. La Ue, peraltro, dispone di una propria struttura militare in grado di gestire questa fase».
Esiste anche un problema di sostenibilità.

Per quanto tempo l' Unione Europea potrà permettersi l' operazione "Eunavfor", che va sommata ai costi di "Triton"?
«Come sempre, è necessario comparare costi e benefici. Bisogna valutare quali rischi si corrono nel lasciare ingovernata la situazione. Finché questa non sarà riportata in un alveo di controllabilità, gli Stati continueranno sempre a mettere sulla bilancia pro e contro della missione. Tutto dipenderà, poi, dalla sensibilità di ciascuno rispetto alla questione».

L' Agenzia "Frontex" aprirà una sede nella nostra Isola. Sempre meglio "stare sul posto", come ha recentemente dichiarato in un' intervista al "Giornale di Sicilia" l' ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte?
«Assolutamente d' accordo. Non tanto perchè serva una presenza fisica, che oggi può essere superata grazie alla tecnologia. Piuttosto parlerei di percezione, quasi un fatto di pelle. Di atmosfera che si respira. Seguire le attività di "Frontex" dalla Sicilia, quindi, è ben altra cosa che farlo da Varsavia!».
Il Consiglio d' Europa, nella riunione di giovedì e venerdì, dovrebbe definitivamente decidere sulle quote -migranti. Molti Paesi, dall' Inghilterra alla Danimarca, si sono già detti contrari. E' un "no" agli stessi principi fondativi della UE?
«Alcuni Paesi fanno opposizione attaccandosi pretestuosamente a qualche cavillo, a questa o quella regoletta della normativa comunitaria. Siamo, però, a un passaggio cruciale. Finalmente, infatti, potremo capire chi è europeista per convinzione profonda e chi lo è per mera convenienza».

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