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L'INTERVISTA

Visconti: «Ogni clan ha modelli diversi, ma c’è una più forte risposta giudiziaria»

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PALERMO. La mafia al centro-nord non è gemmazione nuova. La sua espansione non è una notizia-scoop più di quanto non lo fosse trent'anni fa. Non è nulla di simile a un modulo d'impresa (illegale) in «franchising» che ambienti criminali tradizionalmente estranei all'infiltrazione e al metodo mafioso hanno appena imparato a emulare insieme con gli strumenti organizzativi tipici dei clan. Nuova è, piuttosto, «l'efficacia della risposta giudiziaria, che ha affinato le lenti dell'analisi investigativa. È la risposta repressiva a essere, fortunatamente, più abile e per certi versi inedita, in grado di mettere in luce aspetti di tipo fattuale che consentono, seppur in modo non omogeneo da regione a regione e da inchiesta a inchiesta, l'applicazione della normativa antimafia». Dunque, s'intende ascoltando il professore Costantino Visconti, ordinario di Diritto penale al Dems dell'Università di Palermo, andiamoci piano: il fenomeno delle incriminazioni da 416 bis in regioni diverse da quelle «natali» delle organizzazioni mafiose non va necessariamente letto come «nuova espansione né fa dell'esportazione del modello organizzativo dei clan un teorema investigativo e probatorio affidabile sempre e comunque. Attenzione a una certa genericità di analisi che può spesso servire lanciare un buon titolo giornalistico, risultando poi fuorviante per chi vuole capire cosa accade in realtà».

 

Professore, il numero record di indagati per reati di mafia nell'inchiesta romana Mafia capitale, qualche domanda la pone: nessuno dei quasi 40 coinvolti ha neppure remote origini siciliane, campane, calabresi. Di che si tratta?

«Intanto, un'avvertenza: non dobbiamo cadere nel tranello di accomunare fenomeni molto diversi tra loro. Mi riferisco alle inchieste che negli ultimi anni e mesi hanno interessato il centro-nord d'Italia. Mafia capitale è unica nel suo genere, per certe sue modalità collusivo-corruttive che hanno interessato ampi settori della vita politico-amministrativa della città. Dunque, non abbiamo di fronte ”la mafia sbarcata a Roma”, ma ”una” mafia, o mafietta per qualcuno, che ha peculiarità sue proprie, spiccatamente legate a Roma e, per esprimersi con i termini ormai famosi che riguardano l'indagine, i suoi ”mondi”, di ”sopra”, di ”mezzo” e di ”sotto”. Siamo di fronte a un ”unicum” investigativo e probabilmente giurisprudenziale. Sbaglia chi, troppo prematuramente, indica negli esiti di questa indagine un modello di per sé ripetibile altrove».

 

Perché?

«Abbiamo a che fare con una organizzazione autoctona con caratteristiche difficilmente riproducibili. Un gruppo delinquenziale ben rodato, di lungo corso, accompagnato da una ben consolidata ”fama criminale”, che si fonde a un certo punto con affaristi che operano nell'area grigia delle relazioni politiche per ottenere erogazioni pubbliche. Accade, in sostanza, che i criminali passino dalle tradizionali attività illecite ai rapporti con il ”mondo di sopra”, facendo valere, al bisogno, anche la propria carica intimidatoria, quella che la Cassazione, nell'avallare l'operato dei giudici romani, ha definito ”riserva di violenza”. L'uso del metodo intimidatorio, indispensabile per integrare il reato, si intreccia così con i tipici strumenti corruttivi allo scopo di acquisire il controllo delle commesse pubbliche. Sarebbe dunque un errore madornale pensare a esportare il modello di incriminazione a tutti i fatti di corruttela politico-amministrativa: il 416 bis non è il grimaldello capace di scardinare tutti i comitati politico-affaristici che infestano il nostro paese. Allo stesso modo, starei attento a delineare un'equazione crisi economica-espansione mafiosa. Le mafie modulano e diversificano i propri obiettivi in tempi di boom come di recessione».

 

E cosa dire delle maxi operazioni contro i clan al nord?

«Guardiamo i fatti, prima dei profili tecnici dell'incriminazione per mafia. I fenomeni sono diversi, insisto, e non sempre omogenei. Attualmente abbiamo quattro ceppi rilevanti di indagini e di processi celebrati: in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, in Emilia-Romagna. A Torino sono state condannate 200-250 persone, a Milano circa 300, gente per la quasi totalità di origine calabrese che hanno riprodotto organizzazioni di tipo 'ndranghetistico ben collegate con la casa madre di origine. Ancora, una trentina in Liguria, mentre in Emilia recentemente sono finiti sotto inchiesta oltre cento indagati, dei quali circa 50 per associazione mafiosa, e tutti o quasi, ancora, di origine calabrese e con moduli organizzativi 'ndranghetistici».

 

Quindi, 'ndrangheta in espansione oltre i confini del sud...

«Vero, ma non da ora. Si tratta, perlopiù, di persone trapiantate al nord da almeno trent'anni, spesso da un paio di generazioni, ma la 'ndrangheta è l'unica mafia tradizionale che ripete i modelli organizzativi della ”casa madre”. Non così gli affiliati a Cosa nostra, che entrano facilmente in affari anche fuori dai confini senza impiantare ”succursali”, né le varie camorre, che si sono espanse nei territori limitrofi al Napoletano: basso Lazio, Lucania, Puglia. Gli indagati in Emilia si erano trasferiti, e dunque operavano, fin dagli anni '80. Nelle carte giudiziarie si parla di un ”locale”, struttura di base della 'ndrangheta, fondato a Chivasso, nel Torinese, nel 1972, e di un altro costituito a Milano l'anno dopo. Sono gruppi radicati e sedimentati, ciò che è cambiato, in meglio, riguarda la capacità investigativa e di contrasto».

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