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L'INTERVISTA

Governale: «La mafia s’infiltra nel pubblico e con la corruzione uccide la comunità»

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PALERMO. Una mafia che - come un’applicazione informatica – è in fase di continuo aggiornamento, «sempre più camaleontica» e «che può contare su un vasto vivaio di giovani leve». Una mafia che fa affari, ritorna al business della droga e che s’infiltra nella pubblica amministrazione, come dimostra anche l’inchiesta «Mafia capitale» del Ros di Roma, che proprio ieri ha portato ad altri 44 arresti. E s’infiltra tanto da fare diventare «la corruzione un reato più grave dell’omicidio» perché con le mazzette «non si uccide un solo individuo, ma la collettività». Cita Gesualdo Bufalino ed Émile Zola, il generale di brigata Giuseppe Governale, comandante della Legione carabinieri Sicilia, mentre l’Arma oggi entra nel suo terzo secolo di vita, convinto che – accanto alla repressione - sia necessario un cambiamento culturale «da coltivare soprattutto nelle scuole». In occasione dei 201 anni del corpo (stamattina la cerimonia a Palermo), descrive inoltre un’Isola in cui «i reati sono in calo e dove aumentano sensibilmente gli arresti, nonostante la dolorosa riorganizzazione in corso, con tagli al personale e ai mezzi». Risultati possibili «grazie alla motivazione, all’umanità, alla capacità di ascolto e di far rispettare con fermezza le leggi che, anche se sono passati più di due secoli, è rimasta immutata nel codice genetico dell’Arma».

Dalle indagini condotte nell’ultimo anno in Sicilia, qual è il profilo di Cosa nostra che emerge?

«La mafia è presente in tutta l’Isola ed è un cancro, ma se la guardiamo solo seguendo una certa ”prosopopea” mafiosa, compiamo un errore madornale. Perché Cosa nostra ha una straordinaria capacità di aggiornarsi e soprattutto di mimetizzarsi, che è ulteriormente aumentata negli ultimi anni. E per scorgerla, proprio come si farebbe con un camaleonte, bisogna guardarla diversamente. Lo dimostra bene l’inchiesta ”Mafia capitale” del Ros: l’autorità giudiziaria e le forze di polizia per combattere le infiltrazioni devono leggere il fenomeno con altri parametri. Continuiamo ad infliggere duri colpi a Cosa nostra, ma l’organizzazione, proprio come una squadra di calcio, può contare su una straordinaria cantera, ossia un vivaio di giovani sempre più preparati. E lo dimostra anche l’ultima operazione condotta a Palermo, ”Verbero”, col mandamento di Pagliarelli guidato da un triumvirato composto da quarantenni».

È una mafia anche sempre più ricca, che investe – nuovamente nella droga – e ricicla ogni anno milioni di euro…

«Certamente. Proprio perché ci sono sempre meno appalti pubblici, Cosa nostra sta tornando alla droga, un settore molto remunerativo. Dal primo giugno dell’anno scorso al 31 maggio di quest’anno, in tutta la Sicilia, i carabinieri hanno arrestato 182 persone per 416 bis ed hanno colpito anche i patrimoni illecitamente accumulati».

Tuttavia sembra restare ben salda l’esigenza del controllo del territorio attraverso l’imposizione del pizzo. Quali sono i dati su questo fenomeno?

«Sempre nello stesso periodo, abbiamo arrestato 638 persone per estorsione in tutta l’Isola. Trattandosi di un fenomeno che spesso non viene denunciato, il numero non è ovviamente indicativo della sua ben più vasta diffusione. Cosa nostra mette in conto le difficoltà degli imprenditori in questo periodo e segue la logica di far pagare poco, ma far pagare tutti».

È sufficiente secondo lei l’azione repressiva per eliminare definitivamente il cancro mafioso?

«Non possiamo essere soli in questa lotta. Se guardiamo alla società civile del 2015 è evidente che sono cambiate tante cose rispetto a quella del 1982, subito dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sono nate tante associazioni che cercano di combattere Cosa nostra. Credo, però, che finiscano per coinvolgere soltanto delle élite. Per distruggere quel vivaio di giovani di cui parlavo prima, per mutare la mentalità anche dei ragazzi più svantaggiati, penso che l’antidoto sia quello indicato da Gesualdo Bufalino: ”La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”. Si parla tanto di riforma della scuola ed è proprio lì che bisogna coltivare i valori della nostra Costituzione, formando i giovani ed aiutandoli soprattutto ad essere cittadini di una società civile, in grado di correggere anche i loro genitori se necessario».

Dalle ultime inchieste emerge sempre più chiaramente la capacità di Cosa nostra di infiltrarsi nella pubblica amministrazione ed un dilagare della corruzione, è così?

«Sì, e la corruzione, se vogliamo, è il reato più grave, peggio di un omicidio: perché con essa non muore una sola persona, ma la collettività. Per questo ogni provvedimento che ne favorisce il contrasto e rende più severe le pene può essere utile. In generale, usando le parole di Zola, si può dire che siamo ancora ”Dietro la facciata”: dietro una coltre di perbenismo si nascondono cose inconfessabili. Quando si amministrano beni e patrimoni pubblici, bisogna farlo con molta più attenzione di quando si amministra ciò che ci appartiene personalmente, specialmente alla luce della sobrietà che si è imposta negli ultimi anni, perché sono i beni ed i patrimoni di tutti».

Qual è il quadro della criminalità in Sicilia?

«Nei primi cinque mesi di quest’anno, nell’Isola, in base ai nostri dati, ma lo confermano anche quelli della polizia, possiamo dire che c’è stata una flessione generale di tutti i reati, passati da 86.136 a 70.133, in calo dunque di circa il 18 per cento. Questa diminuzione riguarda anche le rapine (da 1.750 a 1.384, meno circa 21 per cento), i furti (da 46.863 a 39.442) e gli scippi (da 1.118 a 737). Palermo e Catania restano i centri dove permangono più elevati gli indici di delittuosità. Da giugno dell’anno scorso al 31 maggio di quest’anno, sono comunque aumentati di oltre il 10 per cento gli arresti e, tra questi, quelli in flagranza di reato, passati da 4.299 a 4.381».

In questa fase di tagli, anche l’Arma sta subendo delle riduzioni sia sul fronte del personale che dei mezzi. Riuscite comunque a fare fronte al lavoro che certo non manca?

«È in corso una dolorosa riorganizzazione del corpo con tagli sul personale in servizio anche negli uffici e pure sui mezzi a nostra disposizione. Fino a qualche tempo fa, per fare un esempio, avevamo a disposizione in Sicilia 9 elicotteri, oggi ne abbiamo solo uno. Tuttavia noi non vogliamo si tocchi la ”carne viva” dell’Arma, quella che di fatto fa da cerniera, da sempre, tra le istituzioni e la popolazione, ovvero le 413 Stazioni e le 7 Tenenze, che sono addirittura più numerose dei 390 comuni dell’Isola. I carabinieri nel 2015 hanno perseguito il 68 per cento dei reati complessivamente commessi in Sicilia ed il 96 per cento di questi è stato denunciato proprio alle Stazioni ed alle Tenenze. Sono state inoltre 651.880 le chiamate di emergenza raccolte dal ”112” e 147.970 i servizi preventivi sul territorio in appena cinque mesi».

Cosa permette, secondo lei, di resistere a queste difficoltà e di garantire comunque la sicurezza ai cittadini?

«La motivazione, l’umanità, la capacità di ascolto e di fare applicare con fermezza le leggi che, nonostante siano passati due secoli, sono rimaste immutate nel codice genetico dell’Arma. Questi sono i nostri valori aggiunti e non è un caso che in quest’anno siano ben 54 i carabinieri liberi dal servizio e disarmati ad essere intervenuti in flagranza di reato».

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