lavoro, Sicilia, La politica di Renzi
L'INTERVISTA

Viesti: «Ora il governo pensi al Sud e investa sulle infrastrutture»

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«Il governo Renzi ha dimenticato il Mezzogiorno. I dati Istat sono confortanti, anche se ancora è prematuro parlare di ripresa. L'aumento degli occupati non dipende dal Jobs Act ma da fattori esterni». È durissimo il giudizio dell'economista Gianfranco Viesti sulle scelte del governo per il Sud Italia. Una critica che comprende il dirottamento di 3,5 miliardi di euro dai fondi per il Sud alla decontribuzione dei contratti su scala nazionale. Viesti, professore ordinario di Economia applicata all'Università di Bari, è considerato uno dei maggiori esperti nello studio dell'economia del Meridione.

Professore, l'Istat ieri ha parlato di buone notizie per il mercato del lavoro. A livello nazionale, ad aprile, risalgono gli occupati, mentre i senza lavoro scendono al 12,4 per cento. Qual è la situazione nel Mezzogiorno?

«Secondo l'Istat, la buona notizia riguarda anche il Sud Italia, se si considera che nel primo trimestre dell’anno è cresciuto il numero di occupati su base annua (+0,6%). Ma bisogna essere cauti e non pompare queste cifre». Perché? La ripresa non è effetto del Jobs Act, scattato dalla seconda settimana di marzo? «La situazione economica rimane ancora sfavorevole. L'aumento degli occupati dipende da due fattori: dall’andamento dell'economia leggermente migliorato rispetto all'anno scorso e dagli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato. Ma attenzione, perché nel primo trimestre dell'anno non c'è nessuna sorpresa. L'anno scorso si sapeva già che gli incentivi sarebbero scattati da quest'anno, che conveniva aspettare e assumere da gennaio in poi».

C'è un dato in controtendenza rispetto al panorama nazionale: in Sicilia, anziché aumentare, il numero degli occupati cala. Sono 19 mila in meno rispetto a marzo del 2014. Perché?

«C'è una certa diversità di crescita al Sud che ancora è difficile da interpretare. Sarei cauto col dire che la Sicilia e la Calabria sono rimaste indietro rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno, solo sulla base dei dati di questo trimestre. Quello che possiamo dire è che finalmente c'è un dato buono per il Sud anche se purtroppo non vale per la Sicilia».

La diagnosi dell'Istat arriva nel giorno in cui l'Ocse promuove l'Italia e il Jobs Act, parlando "di graduale ripresa" e di fiducia nelle riforme del governo Renzi. Cosa ne pensa?

«Lo spero ma ancora non vedo una vera ripresa. Il giudizio dell'Ocse mi sembra un po' forte. La crescita del Pil dipende dall'azione della Banca centrale europea, dal deprezzamento dell'euro e dal calo del prezzo del petrolio. Tutti fattori esterni. Una ripresa vera ci sarà quando ricomincerà a crescere la domanda interna. Parlare di riforme significa dire tutto e il contrario di tutto. Questo panegirico lo trovo senza significato, se prima non si fa il punto su cosa è necessario per far ripartire il Paese. La riforma dei contratti è importante politicamente perché dà più potere alle imprese e meno ai lavoratori. Dal punto di vista economico è necessario che riparta la domanda interna. Per far questo è necessario rilanciare gli investimenti pubblici. Operazione che non può fare per i vincoli di bilancio troppo stretti imposti dall'Europa. Al di là degli ultimi dati Istat, la situazione è molto preoccupante, perché il Mezzogiorno ha avuto un calo economico molto più forte rispetto al resto d'Italia».

Professore, qual è, secondo lei, l'atteggiamento del governo Renzi nei confronti del Mezzogiorno?

«La legge di Stabilità, varata a dicembre, prevede che per finanziare gli sgravi contributivi per i nuovi contratti di lavoro vengano utilizzati i fondi che prima erano destinati al Sud. Si tratta di ben 3,5 miliardi, una cifra colossale. Anziché fare politiche specifiche, si usano per tutto il Paese soldi destinati al Mezzogiorno».

Vuole dire che il governo si sta disinteressando del Sud?

«Questa è la mia opinione. È gravissimo che oggi manchi il responsabile delle politiche del mezzogiorno e non è chiaro chi nel governo si occupi della coesione territoriale. Le deleghe le aveva Delrio, quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Diventato ministro, al suo posto non è stato nominato nessuno. In questo momento in cui si sta chiudendo la programmazione comunitaria 2007-2013 e stanno partendo i nuovi fondi europei servirebbe una guida politica forte che non c'è».

La Cgil sostiene che "per il Mezzogiorno ci vuole una strategia fatta di politiche ordinarie e straordinarie". È d'accordo?

«Certamente. Per capire cosa significa basta dare qualche cifra. Nel 2013 la spesa per le ferrovie è stata dell'87 per cento al Nord e del 13 per cento al Sud. Il che significa che nel Mezzogiorno le politiche di sviluppo infrastrutturale non si stanno facendo».

Qualche altro esempio di incompiuta…

«Le Ferrovie sono impegnate nel grande progetto Messina-Palermo-Catania, che prevede un finanziamento di 2 miliardi e mezzo. Si erano impegnate a spendere 140 milioni nel 2014. E invece ne hanno spesi 42. Queste cifre sono ufficiali e contenute nel Def, Documento di finanza pubblica, che dimostra come i progetti ci sono ma non si fanno. La responsabilità è tutta del governo centrale, che non costringere le Ferrovie a fare quello che avevano promesso».

Di fronte a una Sicilia che crolla quale monito lancia alle classi dirigenti?

«Di governare bene e di usare tutti i soldi disponibili per i settori strategici. Invito, poi, la maggioranza, a livello parlamentare e locale, a litigare un po' di più con il governo per mettere al centro della discussione politica il tema del Mezzogiorno. È necessario essere meno supini e confrontarsi con le scelte di Roma. Pur facendo parte della stessa coalizione, non necessariamente si deve sempre applaudire»

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