Martedì, 25 Settembre 2018
QUIRINALE/2

Le tre maggioranze di Matteo Renzi: con Berlusconi, con Alfano e con Vendola

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Se la politica ha ancora una logica, sembra difficile che il premier possa governare tranquillamente e fare le riforme

Con ogni probabilità, Matteo Renzi oggi riuscirà a portare al Quirinale Sergio Mattarella. 563 voti di maggioranza virtuale sui 505 necessari non sono tranquillizzanti, ma è possibile che le nostalgie democristiane e la realpolitik vengano incontro al segretario-presidente. La decisione di Forza Italia di votare stamattina scheda bianca senza uscire dall’aula favorisce ogni possibile infiltrazione nella maggioranza e questo vale a maggior ragione per Ncd e Udc, marcati stretti per l’intera giornata da Renzi e richiamati infine alla responsabilità.

Ma se la politica ha ancora una logica, sembra tuttavia difficile che Renzi possa governare tranquillamente e fare le riforme (come le vuole lui) con tre diverse maggioranze. Una con Berlusconi per le riforme, una con Alfano per governare, una con Vendola per eleggere il presidente della Repubblica. Il Patto del Nazareno, se non è morto, è in sala di rianimazione. Ieri sera Renato Brunetta saltellava giulivo a Montecitorio intorno al corpaccione avvilito di Denis Verdini, che ha riconosciuto con onestà la propria disfatta. “Avete visto? – diceva ai cronisti -. Fino a ieri ero fuori linea, oggi la mia linea è vincente”. La legge elettorale, votata in Senato da Berlusconi contro i propri interessi in cambio dell’auspicato coinvolgimento nella scelta del nuovo capo dello Stato, avrà vita grama alla Camera. Il Pd ha una larghissima maggioranza, ma Bersani e tanti altri difficilmente accetteranno i cento capilista nominati dalla segreteria. È vero che questa norma piace anche a Berlusconi (non a Fitto), ma basterà a rincollare il patto del Nazareno? E il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione? E la riforma della Costituzione, con un Senato che a Forza Italia non è mai piaciuto? Al di là dei singoli punti, è cambiato il clima. Si prenda Alfano. Ieri sera a Montecitorio si osservava che un ministro dell’Interno non può non votare il presidente della Repubblica. Giusto. E infatti nella Prima Repubblica il ministro dell’Interno avrebbe votato il presidente e il suo partito lunedì avrebbe aperto la crisi di governo. Qui siamo alla Terza e le logiche sono altre. Ma Alfano, che già al governo ha una presenza molto subalterna, può perdere la faccia fino a un certo punto. Non a caso Renzi ieri ha trascorso la giornata per consentirgli in qualche modo di salvarla, fino al pur generico appello serale, rivolto per la verità a tutti i partiti.

Resta la terza maggioranza, quella con il Sel. Piaccia o non piaccia, Vendola è tornato in gioco e prende per buone le assicurazioni di Renzi su una «grande stagione di diritti» che non coincidono però con quelli di Alfano. Insomma, comunque vada a finire, qualcosa si è rotto e non sarà facile rimettere insieme i cocci. L’abilità del presidente del Consiglio è riconosciuta da tutti. Ma il percorso si fa insidioso. L’ipotesi di elezioni anticipate, che ieri qualcuno ipotizzava a Montecitorio, è una pistola al tempo stesso scarica e pericolosa. Scarica perché oggi, senza la nuova legge elettorale, si voterebbe con il proporzionale senza premi di maggioranza. E Renzi dovrebbe allearsi. Pericolosa perché paralizzare di nuovo per mesi il paese mentre si annuncia finalmente la ripresa sarebbe da pazzi. Già, ma in giro non si vede grande buonsenso.

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