Sabato, 17 Novembre 2018
L'ANALISI

Nuove norme sul lavoro, due ombre nelle luci

di
Non tutti gli steccati sono stati abbattuti a cominciare dal fatto che il nuovo rapporto vale solo per i neo-assunti e questo potrebbe aprire la strada ai ricorsi in Corte Costituzionale

Il Consiglio dei ministri ha approvato i decreti attuativi sulla riforma del lavoro. Dall'1 gennaio diventa legge il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Verranno riviste tutte le forme di lavoro parasubordinato nate in questi anni con il solo obiettivo di eludere l'articolo 18. La flessibilità viene garantita in un quadro di norme certe a garanzia dei lavoratori e delle imprese. Non stupisce il plauso degli artigiani e delle pmi.

Tuttavia le tracce del compromesso al ribasso si vedono. Non tutti gli steccati sono stati abbattuti a cominciare dal fatto che il nuovo rapporto vale solo per i neo-assunti e questo potrebbe aprire la strada ai ricorsi in Corte Costituzionale. Ben più oscure appaiono altre due ombre: la procedura di conciliazione e il divieto di licenziamento per scarso rendimento. Una riflessione. L'obiettivo della conciliazione è chiaro: evitare l'intervento del giudice che, in certi casi, non è precluso.

Si tratta, però, di un'arma a doppio taglio: può essere uno strumento rapido di risolvere il contenzioso, ma può diventare una tattica dilatoria. Tutto dipende da come verrà applicata.
Lo stesso relativamente ai licenziamenti per scarso rendimento. Non c'è stato nessun intervento con la scusa che già oggi i fannulloni sono licenziabili. Affermazione vera come principi, falsa nella realtà. L'accusa di fannullonismo, infatti, non è facile da dimostrare e i giudici, normalmente, decidono a favore del dipendente. La mancata definizione della materia salda l'alleanza tra l'ala estrema del Pd e il sindacato. La stessa che finora ha lasciato inapplicato l'articolo 39 della Costituzione che impone al sindacato l'obbligo della registrazione. Disposizione mai diventata legge perché avrebbe imposto obblighi di trasparenza cui le confederazioni non hanno voglia di sottoporsi. Vale lo stesso principio richiamato sui licenziamenti per scarso rendimento: la regola c'è (e non imposta se non si applica).
Eppure non dovrebbe essere difficile. I sindacati non si oppongono all'assegnazione dei bonus legati alla produttività. Vuol dire che esistono dei criteri per misurare la responsabilità dei dipendenti verso l'azienda. E allora non si capisce perché non funziona il contrario: se c'è il premio per l'efficienza perché non esiste sanzione per chi ruba lo stipendio?

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