Venerdì, 16 Novembre 2018

Sgarbi e l’Italia dell’arte: «Contro la barbarie
d’oggi, impariamo dal Rinascimento»

PALERMO. Le «smonta» per raccontarle, per spiegare cosa l'artista avesse in mente quando le ha realizzate, e cosa c'era attorno a lui. E lo fa con le opere di un periodo entusiasmate, il Rinascimento: nella storia umana e nella sua espressione attraverso l'arte non esiste momento più alto e fervido d'invenzioni come quello che va dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento, quando l'arte classica risorge, disseminando bellezza pura in tutta Italia. Quasi un eccesso di bellezza, quella che noi non vediamo e maltrattiamo. Vittorio Sgarbi, da sempre in forsennato girovagare per la Penisola, ha prodotto un altro manuale: se col precedente si era fermato al Trecento, Gli anni delle meraviglie, da Piero della Francesca a Pontormo, Il Tesoro d'Italia II (Bompiani) mettono insieme Mantegna, Cosmè Tura, Botticelli, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, maestri dell'arte del Rinascimento, ma anche Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tiziano, Correggio, Parmigianino, oltre ad artisti erroneamente considerati di seconda fila con le loro opere poco note ma altrettanto magnifiche. Tutta gente che ha cambiato la storia e non solo quella dell'arte: da Firenze a Venezia, a Ferrara, fin nelle Marche, in Sardegna, in Friuli, in Lombardia e in Sicilia: l'unità d'Italia è stata compiuta prima dall'arte e poi politicamente. Le 300 tavole presenti nel testo, selezionate dall'autore, rappresentano opere ospitate in grandi città, in borghi sperduti o in contrade dimenticate, che diventano così una telecamera, una sonda puntata verso un'esplorazione che procede a cavallo dei due secoli tra centinaia di capolavori, in cui gli artisti si sfidano in un continuo superarsi, di una inesauribile potenza espressiva e in una visione universale dell'arte. Ecco l'intervista (telefonica) all'autore avvenuta, per sua richiesta, quasi all'una di notte. A quell'ora Sgarbi - uno che non parla, arringa - era: pacifico quando parlava d'arte; agitato quando le domande viravano sulla gestione dei beni culturali; molto agitato quando il tema era la Sicilia, in ogni sua declinazione. Tu chiamale se vuoi, provocazioni, ripulite dalle parti più «strong»: in fondo volevamo parlare di Rinascimento

Cosa ha in più il Rinascimento rispetto ad altri periodi altrettanto prolifici? «Il Rinascimento è il punto più alto della creatività artistica italiana, in nessun altro periodo ci sono stati insieme Raffaello, Michelangelo, Leonardo con attorno i vari Pier della Francesca, Pontormo. Non c'è secolo che abbia manifestato altrettanta bellezza. E non c'è una spiegazione. Anche prima di quegli anni l'arte era stata sublime, ma Piero della Francesca, per fare un esempio, la arricchisce di una intelligenza che trasforma la pittura in pensiero, in teorema, ben oltre le esigenze devozionali. Di anno in anno appaiono capolavori sempre più sorprendenti, abbiamo di fronte un concentrato di bellezza, un modo di intendere il mondo che è quasi un risarcimento dopo il Medioevo.

Tutto diventa luce, ordine, ragione, architettura sublime, pensiero. Ed è un momento della storia in cui si meditano grandi temi. Vede, la differenza tra l'Italia e la Sicilia è che l'aeroporto di Roma si chiama “Leonardo da Vinci”, quello di Palermo “Falcone Borsellino”: due Italie, in cui la seconda mostra sfiducia nella potenza dell'arte ma viene umiliata dalla violenza. È come se in Germania chiamassero un aeroporto “Processo di Norimberga”, non mi sembra una gran cosa misurare la storia con le vicende criminali. Ci sarebbe, in Sicilia, un Antonello da Messina che nessuno ha tenuto in considerazione. Fra secoli Antonello sarà ancora un vertice dell'umanità, Falcone e Borsellino, con tutto il rispetto, un episodio della storia di questo Paese».

Un periodo in cui davvero «l'altra lingua degli italiani» era l'arte. Risultato anche del cosmopolitismo di allora? «Oggi la società di massa prende tutto di tutti: prima le espressioni dell'umanità erano concepite per pochi, adesso chiunque può vedere Raffaello, mentre un tempo nessun povero poteva entrare in Vaticano. Il tema dell'arte e del suo pubblico è affascinante ma conduce a degli abissi. Era un'epoca di corti, fino all’800 l'arte ha avuto una vocazione aristocratica».

In Sicilia giganteggia Antonello, accanto a lui Gagini, Laurana. Lei scrive che neppure Leonardo è stato capace di rappresentare la femminilità, tra sensualità e turbamento, come ha fatto Antonello. «Antonello ricerca la più alta sintesi formale in ogni sua opera ma nell'Annunciata va oltre. L'immagine della Madonna è senza tempo nella sua ferma e incorruttibile bellezza: sta in uno spazio reale, quasi in un angolo: è un capolavoro di scienza prospettica e di umanità».

Un'Annunciata senza angelo... «Questo ne aumenta il valore. La Madonna di Antonello sta a casa sua, e ha il pudore di non farci vedere com'è il suo letto, com'è la stanza in cui l'Angelo entra. Perché l'Angelo non penetra uno spazio fisico ma interiore. Non c'è bisogno di dipingerlo quell'angelo, è dentro di lei. E si avvicina al di qua del quadro: la Madonna lo fa intendere, muove infatti la mano destra in avanti e la fa vibrare nell'aria per farci sentire lo spazio che li separa, quasi dicendo: “Un attimo. Ti ascolto”».

In Italia, e in Sicilia, abbiamo un patrimonio artistico che rischia di restare sottostimato perché non si conosce: i beni culturali devono viaggiare? «Dipende, alcuni sono simboli di una istituzione e devono stare lì. Diciamo che bisogna valutare caso per caso. Il Satiro danzante in Giappone è stato visto da sei milioni di persone, ma è anche vero che il Satiro, come l'Efebo, i Bronzi di Riace, il Cristo del Mantegna sono un emblema dei luoghi che li ospitano e la logica suggerirebbe di non muoverli. Ma se l'opportunità è imperdibile allora il discorso cambia».

In Europa e nel mondo si moltiplica oggi il dibattito sul ruolo del patrimonio culturale nella società del futuro. In Sicilia - noto museo a cielo aperto e a cancelli chiusi - si è scoperta l'acqua calda con la decisione, epocale, di far camminare beni culturali e turismo assieme. «La solita maledizione siciliana. Io conosco la Sicilia meglio di chiunque altro e posso dire che non ha speranza. Solo degli imbecilli possono tenere i musei chiusi. Il governatore Crocetta, di cui sono abbastanza amico, non ha risolto il problema, e questa è una sconfitta della Sicilia, il luogo più bello del mondo: avrei portato l'esercito pur di aprire i musei. O i carabinieri in pensione o i volontari ma avrei garantito l'apertura. Se non pensi a questo, sei quantomeno distratto. Il Museo Guttuso chiude? Lo avrei commissariato pur di tenerlo aperto, invece Crocetta pensa a raccontare che la mafia lo minaccia. Nel 2008 lui, allora sindaco di Gela era con me, sindaco di Salemi, e Marella Ferrera alla manifestazione contro l'eolico. Oggi la Sicilia continua a non avere un piano per l'energia. Cosa aspetta a fare un editto? Aggiungiamo a tutto questo le trivelle che devastano la bellezza del paesaggio. Un beau geste ci aspetteremmo da lui, e non la solita retorica».

Scusi, Sgarbi, ma se tutto qui è senza speranza, perché lei continua a bazzicare da queste parti e continua a fare mostre in Sicilia? «Da sindaco ero pericolosissimo e si sono inventati la mafia: solo a Salemi, non ad Alcamo, no a Calatafimi, evidentemente c'era un limite territoriale. Come Alto Commissario della Villa del Casale di Piazza Armerina l'allora assessore Sebastiano Missineo non mi ha rinnovato il mandato e sono rimasti sospesi venti cantieri, anche se lo stato dell'opera era grossomodo compiuto. A Noto, dove ero commissario per le decorazioni della Cattedrale, il lavoro era completato. Le mostre? Se me lo chiedono, le faccio. A Favignana ho dovuto pagare l'affitto dello Stabilimento Florio, con la complicità dell'assessore di allora e di qualche personaggio della politica. A Milano non capita. In Sicilia la classe politica è infetta». Testo di Antonella Filippi - Particolari nelle foto Pepi

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