Lunedì, 19 Novembre 2018
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Benigni show su Rai Uno, tra Mafia capitale e Dieci comandamenti

Dal "mondo di mezzo al testo biblico": «La politica in questo momento non esiste: meglio buttarsi su Dio», riflette Benigni, che invita tutti ad assumere lo stupore dell'infanzia, «altrimenti non si capisce niente».

ROMA. «Il tema doveva essere la Bibbia, invece mi tocca parlare di Rebibbia». Roberto Benigni torna su Rai1 con I Dieci Comandamenti, ma l'apertura è un affondo pirotecnico sull'inchiesta Mafia capitale: «Sono felice di essere a Roma, di vedervi tutti a piede libero: con l'aria che tira, siete gli unici in tutta la città, abbiamo fatto fatica a trovare tutte le persone incensurate», ironizza il premio Oscar, rivolto al pubblico che gremisce il Palastudio di Cinecittà.

«Abbiamo avuto il permesso della Rai, della questura, della Banda della Magliana... possiamo cominciare». Le cronache di questi giorni sulla corruzione imperante, sulla criminalità al banchetto degli appalti, sulle relazioni pericolose tra politica e malaffare, sottolinea Benigni, gli hanno facilitato il compito: «Politici, consiglieri, imprenditori hanno fatto in modo di violare tutti e dieci i Comandamenti, forse perchè sapevano che stavo arrivando, mi vogliono bene. Stanno arrestando tutti, stasera arrivare qui è stata un'impresa, abbiamo dovuto evitare due o tre retate».

Roma, comunque, «rimane la più bella città del mondo, sotto Natale poi, con gli addobbi, le decorazioni: ce ne sono tantissime, specialmente quelle bianche e blu lampeggianti che hanno messo sopra le macchine per farle vedere meglio, con quei suoni tipo cornamuse. In Campidoglio è pieno». Giù ancora contro i politici, che «si sono giustificati dicendo: ho sbagliato a scegliere collaboratori che sembravano insospettabili, persone perbene... Eppure i soprannomi erano il 'carognone", il 'porco", il 'cecato", il 'ruvido"».

Insomma, chiosa l'attore e regista, «solo un miracolo ci può salvare, perciò Renzi è andato in Vaticano». Nel mirino per un attimo finisce anche il premier: «È andato in Vaticano a cercare spunti per la riforma elettorale. Alle elezioni chi vince governa a vita senza  opposizione: ecco, invece dell'Italicum, vorrebbe il Vaticanum».

Dal 'mondo di mezzo al testo biblico: «La politica in questo momento non esiste: meglio buttarsi su Dio», riflette Benigni, che invita tutti ad assumere lo stupore dell'infanzia,
«altrimenti non si capisce niente». Ecco allora Mosè salvato dalle acque, Dio che sceglie di rivolgersi proprio a lui, «un extracomunitario ricercato», per intimargli di salvare il suo
popolo, e Mosè che gli risponde balbettando, «perchè i difetti agli occhi di Dio sono grandezza». Poi ecco i primi tre precetti prendere corpo e fisicità: «I Dieci Comandamenti sono l'evento
centrale di tutta la storia biblica, semplicissimi e vertiginosi. Sono comandi, regole, leggi che hanno a che fare con i sentimenti, l'amore, la bontà, la fedeltà».

Nell'excursus di Benigni c'è «il Dio liberatore, che ci insegna come dalla legge venga la libertà e dalla libertà l'amore», «il Dio geloso, che ci vuole tutto per sè. Mi sembra di sentirlo: Robertino, dimmi la verità, non è che hai visto Buddha ieri sera?». Il Dio implacabile, che ci vieta di «inginocchiarci davanti agli idoli, perchè gli idoli addormentano, il divino inquieta», il Dio tenero che ci insegna come anche gli animali siano «il nostro prossimo».

C'è la consapevolezza che «in 3500 anni di storia sono state combattute più guerre in nome di Dio che per qualsiasi altra cosa, e questa è la più grande bestemmia», e l'Isis che «usa il nome di Dio per terrorizzare gli uomini, ma questo è un delirio di dio, è un inno alla morte». C'è la certezza «che il riposo fa parte del lavoro» e che «il rombo della creazione sfocia nel silenzio del sabato. Il senso del tutto è nel silenzio. Pensate oggi quanto ce ne sarebbe bisogno: siamo tutti sempre connessi con tutto il mondo, ma disconnessi con noi stessi. Nessuno ha più il coraggio di rimanere da solo con se stesso. Ma i Comandamenti ci dicono di fermarci: siamo andati talmente di corsa con il corpo, che la nostra anima è rimasta indietro. Fermiamoci - è il monito con cui Benigni conclude questa prima serata evento - altrimenti l'anima ce la perdiamo per sempre».

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