Venerdì, 21 Settembre 2018
L'ANALISI

I conti pubblici della Sicilia, sulle spese si vuole cambiare?

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La cosa che butta una luce preoccupante sul futuro prossimo della Regione è che la soluzione dei problemi stia... nell'aiuto romano

Ieri questo Giornale aveva commentato la manovra di bilancio regionale, mettendo in evidenza come i nodi siano ormai venuti al pettine. Le parole del presidente della Regione, nella intervista rilasciata a questo Giornale, confermano la gravità della situazione e fanno apparire quanto mai impellenti misure concrete di abbattimento della spesa pubblica. Persino la stesura del bilancio, come risulta dall’intervista, rappresenta poco più di un adempimento, il rispetto formale di una scadenza in un contesto che ha visto saltare tutte le scadenze.

Dal luglio scorso aspettiamo la presentazione del DEF, il Documento programmatico con le linee guida del prossimo esercizio; da ottobre scorso aspettiamo la bozza di bilancio, il cui esame da parte delle Commissioni di merito non è neanche all'orizzonte. Quella che prima poteva essere una maliziosa interpretazione del cronista, ora assume i contorni di una certezza. Il bilancio ed il DEF non «possono» essere predisposti in assenza di risorse sufficienti.

Il piatto piange; i soldi sono finiti o comunque insufficienti. Ma la cosa che butta una luce preoccupante sul futuro prossimo è che la soluzione dei problemi stia... nell'aiuto romano! Questa idea colpisce negativamente, non solo perché le condizioni del bilancio dello Stato lasciano scarsi margini di ottimismo, quanto perché si continua a non volere capire che il bluff è saltato e che neanche il "giochetto" dei pagamenti fatti, togliendoli ad un altro creditore, può tenere in piedi il sistema. Le forze politiche, a dar fede alle parole del presidente, non hanno nel loro orizzonte prossimo interventi drastici sulla spesa. Ed ecco allora rimbalzare l'idea dell'aiuto romano, quando invece Regione, Comuni, Enti vari e persino il sindacato potrebbero prendere coscienza del punto in cui siamo, ed impegnare le migliori energie nella costruzione di un sistema del tutto diverso, piuttosto che gigioneggiare nella fallace convinzione che tanto le cose prima o poi si aggiusteranno.

Il presidente della Regione delinea due ipotesi aggiuntive di intervento per riportare sotto controllo il quadro contabile. Si pensa di agire sulla spesa sanitaria, che incide per quasi nove miliardi di euro all'anno, e si punta ad uno spostamento contabile della massa dei precari dal bilancio regionale ai fondi strutturali europei. La prima misura appare tardiva e comunque insufficiente; la seconda potrebbe tarpare definitivamente le ali della speranza di un possibile sviluppo. Ritagliare, non sappiamo come, 500 milioni di euro dal bilancio sanitario siciliano non sembra (sulla carta) una manovra impossibile. Forse non si tratta neanche di incidere sul personale; ci sarebbero possibili alternative. La Sicilia, tanto per fare qualche esempio, è balzata più volte alla ribalta delle cronache per alcuni fenomeni di malcostume gestionale (usiamo un eufemismo) che ci hanno portato a pagare un pacco di garze il 30% in più che nelle altre regioni italiane. Da anni tutti sanno che questo fenomeno avrebbe potuto essere facilmente ridimensionato con un sistema centralizzato di acquisti e non con gare parcellizzate. Ma tranne sporadici casi, siamo alle prime esperienze in questo senso. C'è poi il problema della spesa per i farmaci che vede inspiegabilmente la Sicilia regina incontrastata nel consumo dei farmaci. C'è infine il fenomeno dei piccoli ospedali; è ovvio che la gente della strada si batte per l'ospedale sotto casa, ma una politica responsabile compenetrata nel ruolo, piuttosto che cavalcare la tigre di una soluzione populista, avrebbe dovuto fare passare un altro messaggio: una piccola struttura ospedaliera non può garantire i livelli di competenza e professionalità di strutture più grandi. E, quando si parla di salute umana, il rischio è troppo grande. Eppure si continua a palleggiare sul tema della chiusura di una miriade di micro strutture ospedaliere. Poi se i conti saltano e se la gente non riceve la dovuta assistenza, è tutta colpa di un destino cinico e baro.

L'altra strategia che comincia a delinearsi, impiegare i fondi europei per pagare i precari, sembra un tampone dannoso. Per uscire dalla condizione drammatica di oggi, la strada è una sola: spostare quanto più denaro possibile verso impieghi produttivi che diano lavoro direttamente o che, indirettamente, creino condizioni più favorevoli al lavoro. Ci è rimasta una sola possibilità per fare gli investimenti di cui abbiamo un assoluto bisogno: spendere bene i fondi europei. Disperderli invece nel buco nero della spesa improduttiva, non aiuta i siciliani, non rilancia l'economia siciliana ed assicura ai precari solo una soluzione temporanea. Qualche anno fa era partito un progetto; utilizzare i 2,2 miliardi (sono miliardi si badi bene) di metri quadrati di terreni di proprietà della Regione, per affidarli in concessione con gara pubblica, per produrre biomasse, coltivazioni legnose che possono essere combuste per produrre elettricità pulita. L'idea era quella di vincolare la concessione dei terreni regionali all'impiego di personale precario forestale. Ovviamente non se ne è fatto nulla. È tanto più agevole pagare decine di migliaia di persone in condizione di sottoutilizzo e vincolarli al consenso, che cercare una soluzione concreta e definitiva.

I siciliani oggi avrebbero più di una ragione per lamentare una tardiva presa di coscienza. Le decine di migliaia di dipendenti, diretti ed indiretti, della Regione Siciliana avrebbero più di una ragione per contestare le drastiche misure di abbattimento della spesa pubblica che si profilano all'orizzonte. Ma la storia del latte versato rende inutile qualunque presa di coscienza, che ormai risulta del tutto intempestiva. Per anni si è ostinatamente marciato in una direzione fissa, nella fallace convinzione che tanto uno stellone ci sarebbe stato sempre a tutelare la Sicilia. Ora il quadro è irrimediabilmente compromesso; in verità più dal fatto che la politica non ci crede che dal fatto che sia difficile.

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