Mercoledì, 21 Novembre 2018
CHAMPIONS LEAGUE

Arrivederci Roma, il City fa festa

Il Manchester nella sfida decisiva passa 0-2 in trasferta e si qualifica agli ottavi. Alla Roma resta l'Europa League

 ROMA. Finisce con l'anno solare il sogno Champions della Roma. Il presidente James Pallotta («vinceremo 3-1») viene smentito clamorosamente, e ancora una volta, le squadre inglesi non portano bene ai colori giallorossi. Così l'Olimpico ridiventa terra di conquista: successe con Liverpool e Arsenal, adesso tocca al Manchester City campione della Premier League, che si impone con il punteggio più classico. Contro i cugini di quello United che, all'Old Trafford, alla Roma ne fece 7, arriva un 2-0 che non ammette repliche anche se la squadra di casa recrimina su un palo di Manolas e su una parata decisiva, nel primo tempo, di Hart su conclusione di Gervinho, peraltro immediatamente preceduta da un tiro altrettanto pericoloso di Milner che era stato respinto da De Sanctis.

La Roma, che esce dalla Coppa più importante per finire in Europa League e avrà quindi la complicazione, in chiave corsa scudetto, di dover giocare di giovedì, perde contro i Citizens privi in ogni reparto del loro uomo migliore, ovvero Kompany, Yaya Tourè e Aguero, e questo rende ancor più preoccupante la sconfitta e sottolinea il livellamento in basso del calcio italiano. Ci avrà riflettuto sopra anche il ct azzurro Antonio Conte, presente in tribuna vip accanto al presidente del Coni Giovanni Malagò, in questa circostanza costretto a masticare amaro vista la sua passione per i colori giallorossi. Ma più di tanto questa Roma non poteva fare, priva com'è della migliore condizione fisica e di un attaccante di peso che a questi livelli non può essere Destro (anche se un suo tap-in è stato respinto sulla linea da Demichelis, per la disperazione della curva sud), mentre anche capitan Totti non ha vissuto una delle serate migliori della sua lunga carriera.

E a poco serve riflettere se sarebbe servito un De Rossi, visto che nella circostanza il primo a bocciarlo, non facendolo giocare, è stato Garcia, che non sembra nemmeno così entusiasta del fumoso Iturbe, entrato a situazione compromessa. Al City è bastata l'intensità di gioco, la buona vena di un Nasri del quale si continua a non capire l'esclusione dalla lista dei 23 della Francia all'ultimo Mondiale e il lavoro oscuro, ma prezioso, di Fernandinho a centrocampo. Del resto non si è campioni della Premier League per caso, e nemmeno la squadra che adesso sta tentando la rimonta sul Chelsea di Mourinho.

Adesso si dirà che in fondo la Roma ha fatto ciò che poteva, visti i commenti sul girone di ferro al momento del sorteggio, ma poi l'iniziale cammino aveva illuso un po' tutti, prima che il Bayern riportasse il team della Capitale sulla terra. Il primo tempo era stato intenso ma senza reti. C'era stato uno splendido assist di Totti per Holebas, ma il greco non aveva concretizzato. Hart aveva anche fermato il gioco e preso una bottiglietta dal terreno di gioco per mostrarla all'arbitro, poi c'era stata la doppia occasione Milner-Gervinho al 21'.

Gervinho ancora aveva sprecato un bel passaggio di Nainggolan e, tre minuti dopo, protestato per un presunto fallo da rigore nei suoi confronti, mentre il City si era reso pericoloso con Milner su cui aveva salvato De Sanctis. Nella ripresa, al 15' , la prodezza di Nasri che gela l'Olimpico: con una finta di corpo il francese sbilancia la difesa rivale e poi, con uno splendido destro, battel'incolpevole De Sanctis. Successivamente Nainggolan tirava forte ma centrale e Ljajic mandava un sinistro alto, mentre Manolas centrava il palo. Era l'unica vera occasione romanista, perchè per il resto il City controllava la partita con sicurezza e nel finale raddoppiava con Zabaleta  servito dal solito Nasri. Per la Roma un finale amaro, altro che l'ottimismo tanto americano di Pallotta. La sfida che valeva 12 milioni di euro è stata persa, e adesso non rimane che tornare a sognare entro i confini nazionali. I tifosi vorrebbero il tricolore, come hanno cantato anche a fine gara tra l'amarezza di un'eliminazione che non può non bruciare.

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