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Jobs act, ok della Camera tra le tensioni: si spacca il Pd

Trenta deputati del Partito democratico non hanno partecipato al voto. Il M5s ha inscenato il "Licenziact". Il testo ora passa al Senato

ROMA. Sì dell'Aula della Camera al Jobs act. Il testo, approvato a Montecitorio con 316 sì, 6 no e 5 astenuti, torna al Senato. Nessuno dei deputati dell'opposizione partecipa al voto finale sul jobs act nell'Aula della Camera.

Poco prima della votazione finale, tutti i deputati dell'opposizione hanno lasciato l'Emiciclo, non partecipando dunque alla votazione sul jobs act. «Non mi associo al voto del gruppo del Pd» sul Jobs act: lo ha annunciato nell'Aula della Camera Pippo Civati parlando a titolo personale poco prima del voto finale.

«Manifesto - sostiene - un profondo dissenso su questo provvedimento e soprattutto per la campagna politica e culturale ad esso legata che non ho condiviso». «Col voto finale sul JobsAct, Matteo Renzi condanna a morte i lavoratori italiani».

Sono in tutto 260, stando ai tabulati del voto in Aula, i deputati che non hanno partecipato al voto finale sul Jobs act. Tutti i partiti di opposizione, dal Movimento 5 Stelle a Sel, da Forza Italia alla Lega, hanno deciso di uscire dall'Aula al momento del voto. Ad essi vanno sommati poi i parlamentari Pd che hanno espresso con il non voto il loro dissenso rispetto al provvedimento. Hanno votato 'nò, in dissenso dai rispettivi gruppi, sei deputati: 1 di FI, 2 del Misto, 2 del Pd e 1 di PI.

Il M5s convoca una conferenza stampa per spiegare le ragioni del No «ad una legge vergognosa che sacrifica i lavoratori sull'altare dell'austerity» e per farlo i parlamentari 5 Stelle si presentano bendati, con gli occhi coperti da una striscia di stoffa che riporta la scritta: 'LicenziAct'. La riforma del lavoro, dicono Claudio Cominardi, Tiziana Ciprini e Alberto Airola, viene approvata «alla cieca. Il M5s - ricordano - ha presentato 300 emendamenti, tutti nel merito, ma neppure sono stati discussi. Ci hanno demansionato al ruolo di meri correttori di bozze».

Trenta deputati del Pd hanno firmato un documento in cui spiegano le ragioni per cui non parteciperanno al voto finale sul Jobs act. Nonostante le modifiche apportate alla Camera, l'impianto della delega sul lavoro, viene spiegato, non è soddisfacente. Tra i firmatari figurano Cuperlo, Bindi, Boccia, Zoggia, D'Attorre.

«Per la parte che condivido voto con convinzione, per la parte che non condivido voto per disciplina - dice Pier Luigi Bersani -, perché sono stato segretario di questo partito e se c'è qualche legno storto da raddrizzare penso che lo si possa fare solo nel Pd. Detto questo capisco anche le diverse sensibilità perché siamo di fronte al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, ci sono dei miglioramenti ma l'impostazione iniziale resta difettosa». «La vera sfida al mondo del lavoro, sindacati compresi - aggiunge l'ex segretario del Pd -, doveva venire dal lato della produttività e quindi da una flessibilità dell'organizzazione aziendale, da una sfida sul tema decentramento e partecipazione. Avere invece affrontato cose minori, certo da manutenere, come l'articolo 18 o altro, o avere creato un ulteriore canale che differenza la situazione dei lavoratori sullo stesso banco di lavoro non è stato un approccio positivo», conclude Bersani.

 

TUTTI I PUNTI DELLA RIFORMA. Modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, chiarimenti sulla concessione degli ammortizzatori sociali, nuove norme sui controlli a distanza, superamento delle collaborazioni coordinate e continuative, azzeramento del periodo di vacatio legis con l'entrata in vigore del provvedimento il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta: sono le principali modifiche al Jobs act approvato oggi dalla Camera. Il disegno di legge che prevede cinque deleghe al Governo tornerà ora in seconda lettura in Senato con l'obiettivo di chiudere entro il 9 dicembre e di approvare i principali decreti delegati entro fine anno. Ecco in sintesi cosa prevede il provvedimento: -

Arriva il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio per tutti i neoassunti. Nel testo sono state introdotte alla Camera modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con la possibilità di reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamenti illegittimi limitata non solo a quelli nulli e discriminatori ma anche a «specifiche fattispecie» di quelli disciplinari (legati al comportamento del lavoratore). Saranno i decreti delegati a stabilire quali saranno queste fattispecie. Sui licenziamenti per motivi economici (esigenze aziendali) giudicati ingiustificati sarà previsto solo l'indennizzo.

Riordino forme contrattuali e rapporti di lavoro: l'obiettivo al quale si vuole arrivare con il contratto a tutele crescenti è di farne la modalità normale di assunzione sfoltendo le decine di forme contrattuali e le norme esistenti. Si punta alla creazione di un testo organico di disciplina delle varie tipologie contrattuali e al «superamento» delle collaborazioni coordinate e continuative.

Mansioni flessibili e controlli a distanza: si rivede la disciplina delle mansioni in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l'interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell'inquadramento. Il passaggio da una mansione all'altra diventa più semplice (con la possibilità anche di demansionamento). Viene rivista anche la disciplina dei controlli a distanza con la possibilità di controllare impianti e strumenti di lavoro.

Riforma della Cig: sarà impossibile autorizzare la cig in caso di cessazione definitiva di attività aziendale (la Commissione lavoro della Camera ha aggiunto la parola «definitiva» al testo arrivato dal Senato). L'obiettivo è di assicurare un sistema di garanzia universale per tutti i lavoratori con tutele uniformi e legate alla storia contributiva del lavoratore. Saranno rivisti i limiti di durata dell'indennità (adesso il tetto è di due anni per la cassa ordinaria e di quattro per la straordinaria) e sarà prevista una maggiore partecipazione da parte delle aziende che la utilizzano. Si punta alla riduzione delle aliquote di contribuzione ordinarie (ora all'1,9% della retribuzione) con la rimodulazione delle stesse tra i settori in funzione dell'effettivo impiego.

Riforma Aspi: la durata del trattamento di disoccupazione dovrà essere rapportata alla «pregressa storia contributiva» del lavoratore con l'incremento della durata massima (per ora fissata a 18 mesi a regime nel 2016, ndr) per quelli con le carriere contributive più rilevanti. Si vuole estendere l'Aspi ai collaboratori fino al superamento di questo tipo di rapporto di lavoro. Per le persone in situazione di disagio economico potrebbe essere introdotta dopo la fruizione dell'Aspi una ulteriore prestazione eventualmente priva di contributi figurativi.

Razionalizzazione incentivi all'assunzione e all'autoimpiego: si istituisce inoltre un'Agenzia nazionale per l'impiego e si punta a semplificare e razionalizzare le procedure di costituzione e gestione dei rapporti di lavoro al fine di ridurre gli adempimenti a carico di cittadini e imprese. L'obiettivo è svolgere tutti gli adempimenti per via telematica.

No vacatio legis: legge e decreti delegati entreranno in vigore il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta. Gli effetti degli interventi normativi saranno oggetto di un monitoraggio permanente da realizzarsi senza maggiori oneri.

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