Martedì, 25 Settembre 2018
A BOLOGNA

Tra swing, ironia ed effetti speciali: Michael Bublé torna in Italia

L'unica data italiana - andata sold out - di questa seconda parte del tour 'To be loved' dentro l'Unipol Arena

BOLOGNA. Swing, ironia, voce profonda, un palco molto tecnologico con tanto di fuochi d'artificio "che spero vi siano piaciuti, perché mi costano un sacco". Benvenuti nella terra di Michael Bublé, ricreata per l'unica data italiana di questa seconda parte del tour 'To be loved' dentro l'Unipol Arena di Bologna. Unica data e tutta (ovviamente) esaurita da un pubblico caldo, pronto all'urlo, ad alzarsi in piedi e a sedersi a comando, pronto alle coreografie con le luci dello smartphone a sostituire gli accendini.

Lui, nella sempre impeccabile tenuta da crooner - abito nero, camicia bianca e papillon - se la gode, si concede. Manda baci, ammicca, gioca con il filo (sì, il filo: altro che wireless) del microfono, racconta il suo amore per l'Italia, il piacere di esibirsi in questa città per la prima volta. Solca la platea cantando Get Lucky dei Daft Punk per raggiungere il secondo palco. E a inizio concerto, canta anche 'Happy Birthday' a Stefania, una ragazza in prima fila che oggi compiva gli anni come - dice lui - sua mamma. A metà concerto, si improvvisa anche sacerdote buffo per far tornare la platea seduta: il microfono diventa un'incensiera e lui imita un pezzo di funzione in pseudo latinorum.

Per il resto - che è poi la maggior parte - però, col microfono Bublé ci canta. Che, simpatia a parte, siamo tutti qui per questo. Con una voce calda pur lanciata sui soffitti del palasport. Qualche brano suo (molto applauditi) ma soprattutto grandi classici, da 'Fever' - a 'Mack the knife', da 'To love somebody' a 'All you need is love' - e giù una pioggia di coriandoli cade sulla platea.

Tanta tecnologia intorno a questa voce che suona antica e attuale. Un po' per tenergli compagnia nel grande spazio - lui che appena entrato, sembrava minuscolo, seguito dall'occhio di bue. Poi, aperto il sipario, è stato tutto un volteggiare di schermi - su uno ci salirà sopra nel finale, in alto (e giù, ancora, fuochi d'artificio), e pedane mobili su cui si agitava la numerosissima orchestra - presentata da Bublé come fossero campioni Nba, con tanto di figurina sul grande schermo e college frequentato.

Un grande show per le orecchie e per gli occhi. Il pubblico apprezza, si alza dai seggiolini per trovare uno spazio anche piccolo per oscillare un po'. Gli grida frasi incomprensibili appena l'atmosfera si ammorbidisce, si fermano bassi e batteria, resta solo lui, il piano e un fondale di
stelline. Poi, solo lui e basta. Capace in maniera impressionante di riempire tutto questo spazio, con la voce nuda e il microfono spento.

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