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L'INTERVISTA

«Bruxelles cambi strategia o meglio divorziare e uscire dall’euro»

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L’economista ed ex ministro: «Stare nella moneta unica non è meno costoso che uscirne. Non possiamo pure perdere quote di mercato»

Il Piano B per l'Euro se si vuole evitare il naufragio. È questa la ricetta che Paolo Savona, economista ed ex ministro ripete nel momento in cui i rapporti fra Roma e Bruxelles incontrano un momento di grave difficoltà. Un programma per evitare che l'eventuale naufragio della moneta unica possa creare un disastro senza precedenti. Un rischio che l'aspro confronto sulla legge di stabilità rende meno remoto. Una ricetta che Savona in questi giorni sta ripetendo presentando il libro «Vita oltre l'euro» insieme all'imprenditore Ernesto Preatoni e a Giancarlo Mazzuca, direttore de «Il Giorno». Il messaggio è molto netto: o l'Europa cammina verso l'integrazione politica oppure è meglio preparare le carte del divorzio prima che siano i mercati a imporlo con brutalità.

Professore la moneta unica è nata promettendo benessere e sviluppo Il bilancio, per l'Italia (e non solo) appare magro. Che cosa non ha funzionato?

«All'inizio furono sopravalutati i vantaggi e sottovalutati i costi. Guido Carli, uno dei miei maestri, allora ministro del Tesoro incaricato di trattare le condizioni di adesione al Trattato di Maastricht, fu l'unico che si impegnò a rendere meno rigide le condizioni. Aveva visto i rischi e fece quello che poteva per attenuarli».

Gli euroscettici accusano Bruxelles di non aver mantenuto impegni e promesse. Che cosa ne pensa?

«Giuseppe Guarino, giurista di gran fama ed ex ministro delle Finanze e poi dell'Industria ha dimostrato testi alla mano che il Trattato di Maastricht non è mai stato applicato. La regolamentazione è affidata a una serie di interpretazioni e direttive che non sempre coincidono con il testo originario. Quindi, dovremmo chiedere i danni e pretendere dall'Europa le riforme necessarie. Se non le ottenessimo, si deve uscire dall'euro».

Ma l'Italia ha molte colpe da farsi perdonare, a cominciare dalle mancate riforme.

«Certo l'Italia a ha fatto poche riforme, ma anche quelle che ha fatto, come le pensioni e i tagli al welfare, non hanno prodotto effetti positivi in termini di crescita. Anzi hanno aggravato il disagio sociale e la disoccupazione. I problemi sono molto più complicati, non solo a livello europeo. Aver aperto le frontiere a paesi con eccesso di mano d'opera, salari bassi e welfare quasi nullo, ha sottratto investimenti e creato disoccupazione nei paesi più avanzati. Guido Carli amava ripetere che i gruppi dirigenti occidentali non hanno brillato nelle loro intuizioni e nelle loro scelte».

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