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NATO A RIO DE JANEIRO

Essere un calciatore senza mai giocare: l'incredibile storia di Raposo

"Facevo dei movimenti strani durante l’allenamento, mi toccavo il muscolo e me ne stavo 20 giorni in infermeria", racconta

RIO DE JANEIRO. Essere un calciatore senza mai giocare. Non ha mai disputato una partita Carlos Henrique Raposo, nato a Rio de Janeiro nel 1963, che si è sempre finto un giocatore sapendo abilmente "dribblare" ogni match. Dotato di grande carisma, è stato ingaggiato dai club come calciatore professionista aiutato anche da un fisico atletico, tanto da allontanare da sè qualsiasi sospetto. "Facevo dei movimenti strani durante l’allenamento, mi toccavo il muscolo e me ne stavo 20 giorni in infermeria. A quel tempo non esisteva la risonanza magnetica. I giorni passavano, - racconta Raposo - ma avevo un amico dentista che mi faceva dei certificati dicendo che avevo problemi fisici. E così, i mesi passavano”. Non avendo giocato nessuna partita non fu difficile trovare un’altra squadra. "Durante gli allenamenti si accordava con alcuni compagni per farsi colpire in modo di andare direttamente in infermeria”.

Ecco che non dava possibilità all'allenatore di metterlo in campo per giocare. “Ho una facilità incredibile nello stringere amicizia con le persone. Conoscevo bene molti giornalisti di quel tempo, - continua Raposo - trattavo tutti bene. Qualche regalo, qualche informazione interna potevano aiutare e loro ricambiavano parlando del ‘grande calciatore’. Firmavo sempre il contratto di rischio, il più corto, normalmente di sei mesi. Ricevevo i bonus e me ne andavo in infermeria”.

Nel 1989, tornato in Brasile, si rese protagonista di uno degli aneddoti che lo descrivono nel migliore dei modi. Infastidito dai suoi comportamenti, l’allenatore decise di convocarlo per la partita della domenica. A metà del secondo tempo lo mandò a scaldarsi a bordocampo e Raposo - intuita la possibilità di un suo esordio in campo - si inventò il colpo di genio: litigò e fece a botte con un tifoso degli avversari, procurandosi l’espulsione diretta. A fine partita, prima che l'allenatore potesse rimproverarlo, Raposo andò verso di lui e disse: “Dio mi ha dato un padre e me l’ha tolto. Ora che Dio mi ha dato un secondo padre – riferendosi all’alenatore – non posso permettere che nessuno lo insulti".

 

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