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L'INTERVISTA

Manovra, Ricolfi: «Non riduce la spesa pubblica»

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Nel giro di pochi giorni la manovra per il 2015 è passata da 20 a 30 miliardi e poi a 36 miliardi di euro. Una varietà di numeri che si sposa con l'ampiezza dei giudizi. Secondo Renzi «si tratta della più grande operazione di taglio di tasse tentata in Italia e di una spending review mai vista». Secondo le indiscrezioni che circolano a Bruxelles è solo la solita furbata italiana. Secondo i mercati è un'operazione sbagliata: non a caso lo spread ha ricominciato a volare e le Borse sono tornate sull'ottovolante. Ed è proprio questo il vero problema per Luca Ricolfi, sociologo, docente all'Università di Torino ed editorialista della Stampa. «È molto probabile che alla fine la Ue dia il via libera alla manovra o chieda piccole modifiche. Ma il vero giudizio è quello dei mercati».

Perché pensa che alla fine, Bruxelles si limiterà a digrignare i denti senza affondarli?

«Perché non ha nessun motivo per fare altrimenti. Non bisogna dimenticare che il Pd è l'azionista di riferimento nello schieramento di sinistra all'Europarlamento ed è anche l'argine contro i populismi che premono».

E questo secondo lei può spiegare le arditezze contabili dell'ultimo minuto e gli undici miliardi di spesa aggiuntiva che portano il deficit dal 2,2 al 2,9%?

«Se dovessi spiegare ai miei studenti quello che è successo la metterei così. Cari ragazzi, quando un governo fa una manovra ci sono sempre un lato propagandistico e un lato effettivo. Sono importanti entrambi, ma vanno tenuti ben distinti».

Il lato propagandistico comunque non va trascurato: serve a comunicare le priorità del governo.

«Renzi, infatti, dice tre sacrosante e condivisibili. Primo: che vuole ridurre drasticamente gli sprechi della Pubblica amministrazione, con una spending review di 15 miliardi. Secondo: che vuole ridurre drasticamente le tasse, con sgravi pari a 18 miliardi di euro tra cui il rinnovo del bonus da 80 euro e l'atteso taglio l'Irap). Terzo: che vuole azzerare i contributi per i nuovi assunti a tempo indeterminato».

Sarà anche propaganda ma certo non ingannevole. Dov'è il problema?

«Nessun problema. Fin qui tutto bene, il messaggio è chiaro, anche se in conflitto con quanto annunciato in precedenti occasioni e in documenti ufficiali dove i miliardi risparmiati non erano 15 ma 20. Adesso però guardiamo il lato effettivo, ossia la sostanza della manovra. Le spese della Pubblica amministrazione non si riducono affatto di 15 miliardi ma di cinque perché ci sono 10 miliardi di nuove spese, come il finanziamento degli ammortizzatori sociali, gli obblighi contratti dal governo Letta, o le cosiddette spese inderogabili. Le tasse pagate dagli italiani non si riducono affatto di 18,3 miliardi, perché gli sgravi promessi sono bilanciati da 5,2 miliardi di nuove entrate, e quindi la riduzione effettiva della pressione fiscale scende a 13,1 miliardi di euro (che comunque non è poco). La differenza verrà finanziata in deficit e quindi a carico delle future generazioni Quanto alle assunzioni a zero contributi bastano alcuni semplici calcoli per scoprire che potranno riguardare al massimo 1 caso su 10, ossia 100-150 mila persone su oltre 1 milione e mezzo di assunzioni a tempo indeterminato.

Fin qui i conti nudi e crudi. Ma, al di là delle cifre, che giudizio si può dare della manovra?

«Difficile fare valutazioni senza un testo ufficiale. Per quel che riesco a capire, l'idea del governo è che aumentando il deficit di circa 11 miliardi e ritoccando la struttura del bilancio pubblico si possa dare una spinta significativa alla domanda interna. È una linea di keynesismo debole (facciamo deficit, ma non troppo) che mi auguro possa funzionare, ma che si espone ad un paio di obiezioni».

Quali?

«La prima è che aumentare il deficit di "soli" 11 miliardi, e ridurre la pressione fiscale di soli 15 miliardi, potrebbe non bastare a far ripartire i consumi ma ha rimesso in moto lo spread. In questo senso la mossa di Renzi di aumentare il deficit anziché ridurlo potrebbe rivelarsi un azzardo».

La bocciatura dei mercati sembra inequivocabile: lo spread è tornato a 200. Che cosa pensa?

«Lo spread che sale renderà più oneroso il finanziamento del debito e potrebbe cancellare molte illusioni. Soprattutto potrebbe rendere problematico quello che io ritengono il punto cruciale della manovra».

Sarebbe?

«Lo stimolo previsto per le assunzioni ha tre difetti abbastanza gravi: riguarda pochissimi lavoratori (perché i fondi a disposizione sono pochi), non si finanzia da sé (perché non aumenta in modo apprezzabile il Pil), ha effetti occupazionali trascurabili (perché non è vincolato al requisito di aumentare gli occupati). Resto convinto che creare nuovi posti di lavoro, tanti nuovi posti di lavoro, sia una priorità assoluta per il nostro Paese, perché è la mancanza di lavoro l'elemento che più differenzia noi (e la Grecia) da tutte le altre economie avanzate. È questo, a mio parere, il terreno più importante su cui la manovra andrebbe giudicata: perché è questo il terreno su cui si gioca il futuro dell'Italia».

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