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SALUTE

Nanoparticelle "spazzino": rimuovono le placche dell'Alzheimer

I primi risultati positivi della sperimentazione sui topi sono pubblicati su The Journal of Neuroscience dai ricercatori dell'Università di Milano-Bicocca

MILANO. Funzionano le nuove nanoparticelle 'spazzino' ideate e brevettate in Italia per ripulire il cervello dalle placche responsabili dell'Alzheimer. I primi risultati positivi della sperimentazione sui topi sono pubblicati su The Journal of Neuroscience dai ricercatori dell'Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e l'università finlandese di Turku.

Le nanoparticelle anti-Alzheimer, chiamate amiposomi, sono 'figlie' del grande progetto di ricerca europeo Nad (Nanoparticles for therapy and diagnosis of Alzheimer Disease), finanziato con oltre 14 milioni di euro e coordinato proprio dall'Università di Milano-Bicocca. La sperimentazione sui topi dimostra che le nanoparticelle 'spazzino' sono in grado di rimuovere dal cervello le placche della proteina beta-amiloide in sole tre settimane. Una volta rimosse, ne favoriscono lo smaltimento, attraverso il circolo, da parte del fegato e della milza. Questa operazione di pulizia del cervello ha portato ad un recupero delle funzioni cognitive misurato con uno specifico test di riconoscimento degli oggetti.

«La terapia - spiega Massimo Masserini, ordinario di biochimica dell'Università di Milano-Bicocca e coordinatore del progetto europeo Nad - è basata su una strategia, impossibile da realizzare con un farmaco convenzionale, che usa uno strumento nanotecnologico, cioè particelle di dimensioni di un miliardesimo di metro». Nella ricerca il trattamento è riuscito a frenare la progressione della malattia, «ma - prosegue - stiamo anche valutando, per ora sempre sul modello animale, la possibilità di prevenirne l'insorgenza». In questo modo sarebbe possibile intervenire quando le capacità cognitive e la memoria sono solo minimamente compromesse. «Se in futuro questi risultati saranno verificati nell'uomo - conclude Masserini - il trattamento abbinato ad una diagnosi precoce potrebbe permettere ai malati di Alzheimer di condurre una vita pressochè normale».

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