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L'EDITORIALE

Le cose indegne, così la gestione del personale condiziona
la Sicilia

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Siamo all’abiura. La Regione che disconosce se stessa. Che sconfessa i propri atti fondamentali, presa da un gioco che vorrebbe essere conservativo ma che in realtà risulta solo autodistruttivo. La legge regionale 26 del 16 gennaio 2012, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale numero 19 dell'11 maggio 2012, ha definitivamente ed inequivocabilmente cancellato persino l’idea che l’Amministrazione possa ancora procedere alla mobilità del personale con l’arcaico strumento noto come «interpello».

Quel mefitico meccanismo in forza del quale la Regione chiede di coprire spazi lavorativi, il personale ignora la richiesta e se mai qualcuno, in un moto di generosa disponibilità, decide di aderire, trova sulla propria strada il veto del dirigente responsabile che ovviamente non può privarsi della indiscussa professionalità di un qualunque collaboratore.

Tutto questo però sulla carta, perché di dare seguito alla norma che ha abrogato l’interpello non si parla neppure, ed anzi si arrovellano in tanti a formulare proposte alternative, fingendo di ignorare che l’Amministrazione regionale «deve» distribuire le risorse umane seconde le proprie necessità; e non altro.

Nel circolo vizioso dell’interpello si consumano e si sono consumati indicibili rincorse al privilegio, nella più totale disconoscenza degli interessi generali. In Sicilia resta difficile fare passare il messaggio che l’Ente Regione si colloca, nella scala delle priorità, prima dell’interesse dei singoli. È quanto mai arduo, insomma, affermare l’idea che sono i lavoratori ad essere funzionali agli interessi dell’Ente e non viceversa. Eppure dovrebbe essere scontato; tanto ovvio da scadere nella banalità.

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