Sicilia, Politica
FORMAZIONE

I vescovi siciliani scendono in campo: «Solidali con i lavoratori»

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In un documento si dice che 2.500 minori in obbligo di istruzione «non hanno garanzie sul proseguimento del loro percorso di studi»

PALERMO. I vescovi siciliani al fianco degli operatori e degli allievi della formazione professionale. A pochi giorni dalla manifestazione indetta da Confap Sicilia davanti alla Presidenza della Regione, il prossimo 15 ottobre, i vertici della Chiesa isolana scendono in campo per invocare risposte concrete a una situazione drammatica dal punto di vista economico ed educativo.

I vescovi «ancora una volta - scrivono nel comunicato finale della sessione della Conferenza episcopale siciliana che si è appena conclusa a Palermo - si fanno interpreti del disagio dei 1.500 operatori della formazione professionale in Sicilia che non ricevono da oltre un anno gli stipendi, pur continuando a svolgere il loro compito educativo e sociale. Ad oggi 2.500 minori in obbligo di istruzione, iscritti ai percorsi di formazione per l’anno 2014/2015, non hanno alcuna garanzia in merito alla prosecuzione del loro percorso scolastico.

Inoltre, oltre 3.500 allievi minori iscritti alle terze annualità dell’anno scolastico 2013/2014 non sono ancora in aula dopo oltre un anno dal naturale avvio delle attività, non possono fruire del loro diritto e di fatto hanno perduto un anno della loro vita, trovandosi in dispersione scolastica e fuori da ogni circuito didattico, facili prede di tutte le mafie».

Un atto d’accusa molto forte della Cesi presieduta dal cardinale Paolo Romeo, che auspica «la definizione di una politica della formazione professionale che progetti e programmi a garanzia dei ragazzi, dei giovani, dei lavoratori, del bene comune e dello sviluppo economico-professionale della nostra Sicilia», ma anche «che vengano sbloccati i pagamenti pregressi per evitare la chiusura degli enti e il licenziamento del personale con le conseguenti condizioni di emergenza sociale per le famiglie coinvolte: una situazione che la Sicilia non può permettersi».

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