Sicilia, Mondo
L'INTERROGAZIONE

La Corea del Nord ammette l'esistenza dei campi di detenzione lavoro

Per la prima volta, rispondendo ad un duro rapporto delle Nazioni Unite, un rappresentante del regime di Pyongyang ha ammesso l'esistenza di campi per la rieducazione

NEW YORK. Non sono gulag. Sono «campi di detenzione e lavoro» dove i cittadini che sbagliano possono correggere «i propri errori»: così, per la prima volta, per rispondere ad un duro rapporto delle Nazioni Unite, un rappresentante del regime di Pyongyang ha ammesso all'Onu l'esistenza di campi per la rieducazione in Corea del Nord, proprio mentre in Italia va avanti la polemica tra il senatore Antonio Razzi e l'esule nordcoreano Shin Dong-hyuk.

In Corea del Nord, ha affermato al Palazzo di Vetro un  funzionario del ministero degli esteri di Pyongyang, Choe Myong-nam, ci sono campi, ma «non centri di detenzione», dove «sia nel diritto che nella pratica, le persone migliorano attraverso la loro mentalità e il lavoro e vedono i loro errori».

Si tratta di campi enormi, cinque, sparsi in tutto il Paese. Secondo quanto ha affermato un esponente politico sudcoreano, la loro superficie totale è doppia rispetto a quella di Seul, una città da 10 milioni di abitanti. «In base al materiale proveniente da istituti di ricerca nazionali ed esteri, e all'analisi delle immagini satellitari, l'area totale dei cinque campi di prigionia del Nord è risultata essere di 1.247,9 chilometri quadrati», ha detto Yoon Sang-hyun, parlamentare della Corea del Sud.  Pyongyang è accusata di detenere centinaia di migliaia di prigionieri politici in gulag che il regime chiama «campi di lavoro e di rieducazione».

Il loro numero, secondo un rapporto di giugno del 'Korea Institute for National Unification', un think tank basato a Seul, è stimato in 80.000-120.000 unità.  La stima contenuta nel rapporto, redatto raccogliendo le testimonianze dei disertori nordcoreani rifugiatisi al Sud, è però da molti considerata molto prudente. Si tratta di strutture, secondo quanto ha raccontato Shin Dong-hyuk, in cui sono all'ordine del giorno torture e abusi di ogni genere ai danni dei detenuti.

Torture che lui ha documentato nel libro «Fuga dal campo 14» scritto da un giornalista del New York Times, Blaine Harden.  Shin, ha sottolineato la sua casa editrice, «è nato nel famigerato Campo 14, ed è fuggito a 23 anni dopo aver subito la fame, la schiavitù, le torture più atroci, e dopo aver visto uccidere davanti ai suoi occhi la madre e il fratello». In un'intervista radiofonica, il senatore di Forza Italia Antonio Razzi ha invece aveva sostenuto un paio di giorni fa che quanto denunciato sui campi è «tutto inventato: sono sette anni che vado lì. I lager c'erano negli anni Quaranta», ma oggi «non ci sono», «non esistono». «Questo (Shin) vuole fare i soldi alle spalle della gente» e «la gente abbocca», così lui «vende i libri; questo ha imparato la furbizia». Oggi Shin gli ha risposto «caro Senatore, spero lei sia felice» di vivere nel «mondo libero» dove è «comodo poter dire qualunque cosa senza pensarci». I «turisti», ha ricordato, «vedono solo ciò che il regime vuole che vedano».

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