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L'ANALISI

Ue in affanno senza leadership e l’Italia è in stato confusionale

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L'andare avanti o il tornare indietro può essere il frutto di una catena di decisioni improvvide di capi di Stato o governo inadeguati

Mai l'Unione Europea era caduta così in basso come sta accadendo in questi giorni. A dimostrazione del fatto che il progetto politico più ambizioso della storia del '900 non può essere affidato ad una leadership inconsistente che non riesce a vedere oltre l'aridità dei numeri e delle percentuali. Una classe politica che discute solo sui decimali dei parametri di finanza pubblica, prigioniera di interessi nazionali contingenti, priva di una visione del futuro che sappia convincere i popoli europei a proseguire insieme quel percorso comune che è l'unica alternativa credibile al rapido declino degli stati nazionali.

In un libro intitolato «Perchè le nazioni falliscono», del quale consiglio la lettura (Il Saggiatore, 2013), gli autori sostengono che taluni eventi, talvolta occasionali, fungono da spartiacque per indirizzare le nazioni verso la crescita e il benessere piuttosto che verso la povertà e il declino. L'alternativa dipende dalla lungimiranza della classe dirigente che si trova a dover decidere in quel particolare, difficile momento storico. Si deve pertanto mettere in conto che l'Unione Europea possa sfasciarsi e che il disfattismo populista prenda il sopravvento a causa di una sfortunata circostanza nella quale l'andare avanti o il tornare indietro può essere il frutto di una catena di decisioni improvvide di leader inadeguati.

L'establishment tedesco, del quale la Merkel è in ostaggio, pretende che il modello economico della Germania debba unificare coattivamente l'intera Europa, non avvedendosi del fatto che le riforme che ne permisero il successo furono realizzate in violazione dei vincoli europei e con un'economia in crescita che avrebbe in pochi anni consentito di recuperare l'eccesso del disavanzo oltre il limite del 3% del PIL. Non lo si dice apertamente ma i ben informati sanno che una parte non piccola della classe dirigente tedesca, che non ha niente a che fare con le formazioni populiste, pensa che la Germania sia stata costretta a malavoglia ad aderire all'Unione Europea per non restare isolata dopo la disfatta della seconda guerra mondiale.

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