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L'ANALISI

Teatri lirici, cala il sipario sui privilegi

Signori si cambia! Non è l’evocazione nostalgica dell’ultimo capostazione «giapponese» disperso in una stazioncina di campagna; è il richiamo forte e sicuramente scioccante che è risuonato nelle orecchie di 92 orchestrali e 90 coristi del Teatro dell’Opera di Roma, licenziati in tronco dal Consiglio di Amministrazione.

«Signori si cambia», è la naturale evoluzione di una situazione resa esasperata da lavoratori pubblici aggrappati a privilegi non più sostenibili e da sindacati obnubilati dalla interpretazione di un ruolo che una crisi epocale ha ormai cancellato.

Non è bastato a coristi ed orchestrali di Roma il richiamo al buon senso, in presenza di un buco di circa 32 milioni di euro. L'ostinata ricerca dei privilegi ha fatto saltare così decine di repliche, con grave pregiudizio di immagine. Scriveva ieri un commentatore che in «ogni giorno di rappresentazioni in bilico, la lama del ridicolo penetrava più in profondità nel cuore di Roma».
Neppure la clamorosa denuncia - con il conseguente abbandono - del Maestro Muti ha minimamente intaccato il blocco granitico di sindacati e lavoratori. E quando è arrivata l'ultima ciambella di salvataggio, con la generosa proposta di un contratto che non prevedeva esuberi ed escludeva tagli retributivi, è stata sdegnosamente rifiutata.
Ora il Teatro dell'Opera di Roma non avrà più un coro ed un'orchestra di dipendenti; il servizio sarà esternalizzato. I 182 che hanno perso il lavoro si costituiranno in associazione ed andranno a sottoscrivere un contratto da esterni con il Teatro; dovranno rinunciare agli scioperi come anche ad un armamentario di privilegi (comuni a quasi tutte le Fondazioni liriche italiane): indennità vestiario, indennità trasferte, la paradossale indennità assenza e persino l'indennità umidità per le rappresentazioni estive all'aperto. Insomma dall'artista-dipendente all'artista che diventa lavoratore autonomo.
Portare all'esterno servizi come il coro e l'orchestra, per l'Italia rappresenta una novità assoluta ma che probabilmente finirà con l'estendersi anche ad altre realtà liriche, considerato che otto di loro su un totale di tredici, presentano un elevato livello di indebitamento. Non è tuttavia una novità in Europa dove gli esempi non sono rari: Amsterdam, Madrid, Valencia, Parigi, Vienna.
Certo è giusto che lo Stato fornisca risorse finanziare per tutelare un valore fondamentale come la cultura. Ma certo non sarebbe lesivo di alcun diritto una maggiore moderazione salariale, di benefit e privilegi; le fondazioni liriche ricavano dal botteghino dal 5% al 10% delle entrate complessive. Se quindi, si tenesse in maggior conto che ogni cento euro spesi 95 arrivano dai contribuenti, allora si renderebbe un servizio alla cultura ed alla società. «Vano delle scene il diletto, ove non miri a preparar l'avvenire», si legge sul portico del Teatro Massimo di Palermo.

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