Lunedì, 19 Novembre 2018

Stato-mafia, Ingroia: "Napolitano testimoni al processo"

PALERMO. «Il nostro Capo dello Stato deve andare a testimoniare al processo sulla trattativa a Palermo, deve venire a raccontare la verità di cui è custode». Lo ha detto l'ex pm Antonio Ingroia, intervenuto ieri a tarda sera, alla conferenza «Un Paese senza verità» organizzato da Antimafia Duemila in occasione del ventiduesimo anniversario della strage di via D'Amelio in cui furono uccisi Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Ingroia ha contestato il presidente del Consiglio, Renzi «il rottamatore che non ha speso una parola in difesa dei magistrati condannati a morte da Riina» e ha criticato la mancanza di «un progetto legislativo a sostegno della magistratura, mentre c'è un disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, non è questo - ha detto - quello che volevamo da questo parlamento. Sarebbe servita anche una Commissione sulle stragi seria che non avesse paura di approfondire la verità».    
Poi l'ex magistrato è tornato a commentare il processo sulla trattativa Stato-mafia: «In quell'aula bunker le gabbie sono vuote perchè i responsabili di quelle stragi sono all'esterno. Quei magistrati sono circondati da uno Stato colpevole che ha depistato per salvare solo se stesso. Non si potrà andare fino in fondo contro silenzi e omertà fino a quando non cambierà lo Stato, ma il cambiamento non potrà mai venire da questo Csm che si spartisce i posti in base al peso delle correnti. Un Csm così non farà mai procuratore aggiunto un Nino Di Matteo o un Francesco Del Bene, non lo farà fino a quando a presiederlo sarà un uomo come Giorgio Napolitano. Si può pensare che ci sia una questione personale con lui, so che per ingraziarselo si scrivono libri che giustificano la trattativa - ha aggiunto Ingroia riferendosi al saggio del giurista Fiandaca e dello storico Lupo - ma non è cosi, è una questione di democrazia. Certi uomini che hanno difeso la ragione di Stato hanno fatto molta carriera, come è accaduto a personaggi come Bruno Contrada o Mario Mori, uno condannato in via definitiva e l'altro imputato al processo trattativa e per la mancata cattura di Provenzano. Occorre dare una spallata al conformismo politico e giudiziario e all'opportunismo di carriera di alcuni professori, solo allora potremo dire di esserci meritati il sangue di Paolo Borsellino».

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