Giovedì, 20 Settembre 2018

Il test del Dna conferma: Bossetti figlio illegittimo

Le confidenze di Yara al fratellino: ho paura. Davanti al pm il muratore fa scena muta. La moglie non fornisce un alibi: «non ricordo cosa fece quella sera»

ROMA. Un'altra certezza: Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore bergamasco fermato per l'omicidio di Yara Gambirasio, non è figlio di quello che fino a domenica era per tutti suo padre. Alla vigilia dell'udienza di convalida del fermo per omicidio volontario con l'aggravante di aver agito con sevizie e crudeltà, infatti, la comparazione tra il Dna di Giovanni Bossetti e quello di Giuseppe ha evidenziato che non c'è compatibilità. L'uomo è quindi figlio di Giuseppe Guerinoni, l'autista di autobus di Gorno, scomparso nel '99 e che oltre quaranta anni fa avrebbe avuto una relazione con la madre del muratore. Anche se lei Ester Arzuffi, continua a insistere che Massimo è figlio di suo marito e nega una relazione con Guerinoni. Era questo accertamento sul Dna che il gip Ezia Maccora voleva dalla Procura per completare il quadro della situazione. Un atteggiamento tutt'altro che inusuale da parte di questo giudice che, nell'inchiesta sulla tredicenne uccisa, ha dimostrato di avere un rapporto non proprio idilliaco con la Procura. Quando il pm Letizia Ruggeri chiese l'archiviazione per la posizione del marocchino Mohamed Fikri, fermato nei giorni successivi alla scomparsa di Yara e subito rilasciato, fu il gip Maccora a chiedere che la Procura facesse altre indagini: rifacesse, per esempio, tutte le traduzioni di quella ormai famosa frase interpretata in modo sbagliato dagli investigatori: «Allah, non volevo uccidere». Emerse che la parola uccidere non era mai stata usata dall'immigrato ma c'era voluta una decina di traduttori per stabilirlo definitivamente e per far uscire di scena Fikri, ma solo dopo che erano stati risentiti il suo datore di lavoro e altre persone che ne avevano riconfermato l'alibi. Ieri Bossetti è comparso, per la seconda volta, davanti al pm Ruggeri. Non è servita l'imponente presenza di investigatori di carabinieri e polizia nel carcere di via Gleno, probabilmente pronti a scattare per cercare riscontri a eventuali ammissioni del muratore. Bossetti, infatti, si è avvalso ancora una volta della facoltà di non rispondere: non a nuove contestazioni, ma a quelle già contenute nel decreto di fermo in cui la pistola «fumante» è la comparazione del Dna che per l'accusa corrisponde a quello trovato sulla biancheria intima di Yara; poi il suo telefonino agganciato alla cella di Mapello nelle ore del sequestro di Yara che, dopo il momento della scomparsa della ragazza, rimase muto per ore, fino alla mattina dopo. C’è anche un nuovo elemento: il verbale della moglie di Bossetti che non gli fornisce alcun alibi per la sera del delitto: «Non ricordo dov’era» avrebbe detto. Infine il fatto che Bossetti facesse il muratore e nei polmoni di Yara c'era traccia di polvere di calce, utilizzata nell'edilizia.
Ed emergono anche nuovi particolari dei giorni che precedettero la scomparsa della ragazzina. Qualche settimana prima di essere rapita davanti al centro sportivo di Brembate, Yara si era spaventata perché aveva notato un uomo che la osservava. Lo aveva raccontato al fratellino, ma poi quella sensazione si era affievolita e anche i genitori non avevano fatto troppe domande, forse per non turbarla ulteriormente. Quel dettaglio adesso assume tutt’altra valenza. Perché convince gli investigatori che Massimo Giuseppe Bossetti possa aver «puntato» la ragazzina.
Al cimitero, dove è sepolta l'adolescente, ieri è spuntato anche un segno tangibile del terremoto di questi ultimi giorni. Un foglio bianco, appeso a un vaso di fiori, che recita: «Riposa in pace Yara, forse giustizia terrena è arrivata». Non c'è firma, ma è il pensiero di tutti i cittadini del paese che vorrebbero mettere un punto fermo a tre anni e mezzo di distanza dalla morte di Yara.

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