Sabato, 17 Novembre 2018

Processo Stato-mafia, non ci sono rischi per la sicurezza

ROMA. «È da escludere» che ci sia «un pericolo attuale e non altrimenti eliminabile che integri le condizioni di legge per la rimessione del processo» sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi e relative
all'udienza del 18 aprile che ha respinto la domanda di trasferire il processo per motivi di ordine pubblico avanzata da tre imputati. Per gli ermellini sono «tranquillizzanti» i report sulla sicurezza ricevuti dagli uffici palermitani.


La Suprema Corte - nella sentenza 25809 della Sesta sezione penale, presidente Antonio Agrò, relatore Pierluigi Di Stefano - spiega di aver specificamente chiesto sul tema della sicurezza «informazioni» ai vertici degli uffici giudiziari palermitani in seguito alle intercettazioni dal carcere in cui Totò Riina parlando con un altro detenuto minacciava di morte uno dei pm del processo sulla "Trattativa", Nino Di Matteo. Proprio questo "allarme" per il rischio di attentati, emerso da scoop giornalistici, era stato alla base della richiesta di rimessione presentata dai legali dei tre ex alti ufficiali dei carabinieri imputati nel processo (Giuseppe De Donno, Mario Mori e Antonio Subranni). I supremi giudici sottolineano di essersi rivolti direttamente ai "colleghi" di Palermo per comprendere «se si sia in presenza di generici sfoghi di sentimenti rabbiosi e vendicativi di un vecchio criminale in galera (come pur potrebbe sembrare per la tendenza del Riina a parlare di Sè, delle sue attività criminali del remoto periodo di libertà, della sua emersione criminale da
giovane, del suo successo negli attentati a Falcone e Borsellino etc) o di tracce di un attuale programma di attentati finalizzati a impedire lo svolgimento di un processo
"imbarazzante"». Secondo la Cassazione, gli uffici di Palermo «conoscendo anche il contesto in cui si inseriscono le parole del Riina, possono offrire una corretta ricostruzione della situazione, anche (e non solo) considerando le intercettazioni (gestite proprio dagli uffici di procura palermitani) senza subire il condizionamento dovuto alla lunga catena di reazioni seguiti all'indebita pubblicazione ed al risalto che si accompagna ad uno scoop giornalistico». La risposta ricevuta dalla Corte di Appello - afferma la sentenza - «è sostanzialmente tranquillizzante innanzitutto per quanto riguarda il possibile condizionamento personale dei giudici, condizionamento che, peraltro» gli stessi legali di De Donno, Mori e Subranni «deducevano solo genericamente affermando che i giudicanti non possono essere condizionati dagli articoli di stampa». Ed è «tranquillizzante» anche «per quanto riguarda l'ordine pubblico nel contesto spaziale del Tribunale», dal momento che «nell'ambito delle valutazioni di competenza nella misurazione del rischio per gli appartenenti all'ordine giudiziario» è stata esclusa «la necessità di particolari protezioni per il giudice». «Del resto - sottolinea la Cassazione - la presidenza della Corte dà atto di come gli enti più propriamente competenti alla tutela fisica dei magistrati abbiano ritenuto, allo stato, superfluo disporre protezione per i giudicanti». Con riferimento alla risposta ricevuta dal Procuratore generale di Palermo, sulle misure di sicurezza adottate per Di Matteo e gli altri pm "esposti", la Cassazione rileva che sono stati predisposti «adeguati strumenti di cautela a protezione dei magistrati delegati all'istruzione dibattimentale» e al «costante controllo dell'area in cui si trova l'aula blindata utilizzata per il processo». 

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