Domenica, 23 Settembre 2018

Caltanissetta: il pentito Mirisola non è più sotto protezione

CALTANISSETTA. Il pentito Agesilao Mirisola non è più sotto protezione. È emerso ieri tra le pieghe del procedimento «Les jeux sont faits» - su un presunto giro di truffe allo Stato con videogame - in cui è stato chiamato a deporre. È stato lo stesso pm Giovanni Di Leo a spiegarne le ragioni. Già, Mirisola, infatti, non ha ammesso le sue colpe in relazione ad un’inchiesta da cui ne è uscito poi con la condanna. E la vicenda in questione è quella legata al delitto del commerciante Michele Amico, per il quale Mirisola è stato condannato all’ergastolo con sentenza resa definita dalla Cassazione il 22 settembre di quattro anni fa. Il collaborante è stato sempre ritenuto colui il quale avrebbe effettuato la telefonata-trappola che ha attirato nelle grinfie dei sicari il commerciante poi ucciso a colpi d’arma da fuoco. Ma Mirisola, in tutta la sua fase di collaborazione con la giustizia, non ha mai ammesso queste responsabilità. Anzi, le ha sempre respinte, fino all'ultimo. Da qui la decisione, da parte della Commissione centrale, di revocargli il programma di protezione. Mirisola ha saltato il fosso nella primavera di cinque anni fa, proprio dopo la condanna nel processo d’appello per il delitto Amico. A quel punto l’ex operaio della forestale, che ha poi gestito in città - in piazza Trento - una rivendita di generi alimentari e panetteria, ha deciso di trasformarsi in gola profonda. E da ”braccio” di Cosa nostra ha deciso di raccontare ai magistrati diversi segreti della mafia nissena. Svelando retroscena, personaggi e coinvolgimenti in diversi ”affari” delle cosche nissene. Ma s’è sempre tirato fuori da quell’agguato in cui, la mattina del 23 ottobre del 2003, in contrada Favarella, il commerciante è stato freddato dai killer. E alla fine, quello che per la magistratura sarebbe un suo atteggiamento di forte reticenza, gli è costato la revoca del programma di protezione.
Ieri avrebbe dovuto deporre ma ha fatto sapere di essere impossibilitato perché, appunto, non è più sotto tutela e non avrebbe i soldi per affrontare la trasferta. Che, a questo punto, dovrebbe scucire di tasca propria. Perché non godendo più dello status di collaborante non ha diritto ad alcun beneficio.
È stato il passaggio chiave dell’udienza di ieri in cui, poi, sono state acquisite le dichiarazioni rese da un ex dichiarante, Vincenzo Regina. Le aveva rese ai magistrati il 16 novembre del 2010. E in quella circostanza ha riferito sui fratelli Allegro. «Li conosco - ha spiegato - e mentre prima erano avvicinati alla ”famiglia”, poi sono diventati organici alla famiglia stessa... sono entrati in Cosa nostra grazie a Rocco ”’u gilisi”... e qualcosa, in via confidenziale l’avevo raccontata anche a un maresciallo della finanza». Questi i contenuti del verbale entrato ieri atti del processo. Mentre è saltata l’audizione di due finanzieri - pure loro coinvolti nell’inchiesta e le cui posizioni sono state archiviate - perché dovevano essere ascoltati con le garanzia dell’assistenza dei loro legali.
Nel procedimento sono sotto accusa 51 tra poliziotti, finanzieri, agenti di polizia penitenziaria, imprenditori e titolari di bar, sale da gioco e circoli ricreativi (difesi dagli avvocati Dino Milazzo, Massimiliano Bellini, Salvatore Daniele, Giuseppe Panepinto, Danilo Tipo, Sergio Iacona, Sonia Costa, Giuseppe Dacquì, Giovanni Di Giovanni, Alberto Fiore, Ernesto Brivido, Rosario Di Proietto, Walter Tesauro, Boris Pastorello, Gianluca Amico, Calogero Buscarino, Giovanni Di Giovanni, Flavio Sinatra, Michele Ambra, Antonio Caleca, Anna Sammartino, Salvatore Amato ed Onofrio Fioretto) accusati, a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa, illecita concorrenza con violenza e minaccia aggravata dai metodi mafiosi, riciclaggio, concussione, corruzione, favoreggiamento, frode informatica e peculato.
Sono parte civile il Comune (avvocato Raffaele Palermo), Agenzia delle entrate e ministero degli Interni (avvocato Salvatore Faraci). 

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