Mercoledì, 14 Novembre 2018

Regione, Sviluppo Italia Sicilia nella bufera

In commissione Bilancio esplode il caso della situazione economica della società partecipata e delle spese per il personale. Quando è stata rilevata nel 2008 aveva utili a riserva per sei milioni, l’anno scorso perdite per quasi 2 milioni
Sicilia, Politica

PALERMO. Sviluppo Italia Sicilia, società di proprietà della Regione, ha perso l’anno scorso quasi due milioni eppure mantiene in servizio un dirigente generale che incassa ogni anno 183 mila euro lordi. Vincenzo Paradiso è forte di un contratto che gli garantisce anche l’uso «promiscuo», cioè per lavoro e vita privata, di una Volkswagen Passat i cui costi di leasing sono a totale carico della società. Un benefit che i nuovi vertici della partecipata hanno provato a togliere scontrandosi con i vincoli contrattuali. Mentre solo in forza della recente legge che impone un tetto da 160 mila ai dirigenti regionali potrà essere ridotto il compenso al manager. Ma ci vorrà del tempo, spiegano dal quartier generale di Sviluppo Italia. E così la partecipata nata per spingere le imprese siciliane si ritrova a essere, suo malgrado, l’immagine simbolo della denuncia che martedì la Corte dei Conti ha fatto durante l’audizione all’Ars sugli sprechi della Regione che mettono a rischio l’equilibrio di bilancio. Secondo il presidente della sezione di Controllo, Maurizio Graffeo, la Regione «ha il maggior numero di partecipate in Italia (sono 34) nonchè il primato per i costi del personale (312 milioni di cui 225 a carico del bilancio regionale). Ma la Corte dei Conti ha messo in guardia soprattutto sui debiti, e in generale sui costi di gestione, che queste società stanno maturando. Anche quelle che dovrebbero essere già chiuse: le 14 per cui è in corso la procedura di liquidazione costano ancora ogni anno 7,3 milioni, fra stipendi al management e ai dipendenti. Il Ciem, in liquidazione dal 2009 e senza una mission aziendale, mantiene in servizio un dirigente, Nino Giuffrè, che incassa 194 mila euro all’anno.
Ieri invece all’Ars è esploso il caso di Sviluppo Italia. La commissione Bilancio, guidata da Nino Dina, ha acceso i riflettori sulle partecipate, grazie anche al pressing dei grillini. Durante l’incontro con il commissario di Sviluppo Italia, Carmelina Volpe, e i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil sono emersi dati che hanno allarmato la commissione. Secondo il documento depositato, quando nel 2008 la Regione acquisì il 100% delle quote, Sviluppo Italia aveva utili portati a riserva per 6 milioni. Ma nel 2012 la società ha fatto registrare perdite per 2,6 milioni poi ridotte a un milione e 868 mila euro l’anno scorso. Secondo i sindacati la società spende per il personale dipendente 3 milioni e 365 mila euro. E altri 300 mila lordi costerebbe l’unico dirigente, elevandosi molto al di sopra dei 50 mila euro assegnati al presidente. Cifre poi corrette da Sviluppo Italia: Paradiso costa 183 mila euro all’anno più benefit mentre per il personale si spendono 2 milioni e 515 mila euro. I 75 dipendenti incassano 14 mensilità e hanno un contratto da bancari che adesso la Regione vorrebbe adeguare a quello dei propri dipendenti.
Il governo Crocetta ha previsto a gennaio che Sviluppo Italia sia una delle sole 11 società che rimarranno in vita al termine di un processo di riordino che fino a oggi, come rilevato dalla Corte dei Conti, non ha mosso un passo. «La società - ha spiegato il presidente Volpe - ha ottenuto la gestione della fase di start up del Piano giovani e da qui ricaverà 2 milioni e mezzo che permetteranno di bilanciare i costi di gestione. Inoltre cura l’assistenza tecnica per l’investimento dei fondi europei all’assessorato alle Attività produttive e al dipartimento Programmazione. La missione, è il senso della difesa della Volpe, c’è ma si scontra con norme nazionali che limitano i margini di manovra costringendo a lavorare a tariffe antieconomiche. E con costi elevatissimi: il debito verso i fornitori ammonta a un milione e ci sarebbe anche un mancato versamento al fondo di previdenza complementare pari a 140 mila euro.
Intanto ieri, riferiscono i Cobas, il governo ha «mostrato la volontà di non privatizzare l’Ast. Un buon auspicio per il suo rilancio». L’Ast è una delle partecipate dove non si pagano gli stipendi da aprile.


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