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La Regione pensi a interrompere lo sperpero delle risorse

È abbastanza inusuale che la Corte dei Conti faccia sentire la propria voce sui conti regionali del 2014, quando ancora manca un mese al giudizio sul bilancio del 2013. Senza addentrarci in nebulose letture politiche, le valutazioni della Corte evocano un «cartellino giallo» sbandierato sotto il naso di giocatori che continuano a mollare «calcioni» fidando sul fatto di averla fatta salva nel passato; ma forse trascurando, per restare nella simbologia, che anche il sommarsi dei falli rappresenta motivo di espulsione.
Che il bilancio della Regione sia eccessivamente sbilanciato verso la spesa, non è certo una novità per i siciliani; così come probabilmente non produrrà grandi preoccupazioni presso il grande pubblico ricordare che il bilancio in pareggio è un obbligo costituzionale. Ma dietro il giudizio della Corte dei Conti della Sicilia - formalizzato nel corso di una audizione in Commissione bilancio all'ARS - c'è molto di più di una mera contestazione contabile. C'è la messa in mora di una politica insostenibile, che ha affidato la propria sopravvivenza alla spartizione di risorse pubbliche, privilegiando pochi e senza mai incidere sui bisogni di molti. E se anche si tratta di mali antichi non sempre direttamente riconducibili all'attuale Legislatura, è pur vero che in molti casi i richiami della Corte stigmatizzano la mancata adozione da parte del Governo e dell'Ars di adeguate contromisure proprio negli ultimi mesi. Insomma non sembri esagerato affermare che se la Regione fosse un'impresa, avrebbe chiuso i battenti già da tempo.
Sono tanti i profili di allarme riscontrati dalla Corte dei Conti nella gestione della cosa pubblica in Sicilia. Per l'impatto sui bisogni dei siciliani, ma anche per la consistenza dei flussi finanziari in gioco, il punto di partenza deve essere ricondotto a due questioni in particolare: la spesa sanitaria e la situazione dei Comuni siciliani. Non si può ignorare infatti che dagli squilibri della prima (sanità) e dalle criticità dei secondi (comuni) discendono a cascata effetti indigesti per l'intera società siciliana, con ricadute più onerose per i meno abbienti.
Della persistente difficoltà di equilibrio tra entrate ed uscite sanitarie, vanno colti almeno due aspetti: sanità in Sicilia significa una spesa effettiva di circa 9 miliardi di euro all'anno. Ma ciò che veramente impatta sul bilancio regionale è il fatto che la spesa per la sanità rappresenta ormai il 55% dell'intera spesa pubblica siciliana, pari a circa 16 miliardi di euro all'anno; è facilmente comprensibile quindi come ogni valutazione sull'equilibrio del bilancio della Regione debba muovere da questo ambito.
Ancora con riguardo ai conti della sanità, il presidente della Corte dei Conti, Maurizio Graffeo, osserva come la Regione si sia «trovata nella situazione di dovere reperire nel proprio bilancio oltre 600 milioni di euro», per concludere assai criticamente che «pur trattandosi di un contributo annualmente ricorrente, la legislazione regionale ha fatto ricorso (e continua a farlo) a strumenti di copertura straordinari e congiunturali, che hanno aggravato il già critico stato in cui versa il bilancio regionale». La Corte non manca di stigmatizzare come anche in prospettiva la situazione resti pregiudizievolmente grave, intanto perché l'innalzamento al massimo livello delle addizionali Irpef ed Irap era stata introdotta in via temporanea per colmare il deficit, ma anche perché queste tasse non basteranno comunque a tappare il buco.
L'altro grande malato della Sicilia è la finanza locale, che ricomprende i 390 comuni siciliani e per ora anche le provincie. I comuni, perché in sostanza parliamo di questi, hanno risolto il forte taglio dei trasferimenti statali e regionali... aggravando la loro situazione finanziaria. Magari sono destinatari di scelte altrui e non sempre ragionate, ma certo hanno puntualmente disatteso ogni invito loro rivolto a rimodulare le spese correnti, tra le quali campeggiano quelle per il personale con una incidenza media del 48% sul totale, ma anche con punte del 73%. Il conto è stato così «pagato» con una generalizzata riduzione dei servizi e con la sostanziale rinuncia a qualunque investimento, fino al paradosso che, in Sicilia, a tale voce sono destinati appena 8 euro per abitante, mentre nella media dei comuni italiani si arriva a 236 euro pro capite. Mandare in soffitta gli investimenti comunali equivale ad ipotecare il futuro dei nostri territori, con danni destinati a moltiplicarsi negli anni.
Cresce inoltre il ricorso alle anticipazioni bancarie, con l'effetto di fare lievitare ancora le spese (per interessi) in un perverso inseguimento delle risorse che non ci sono. Ma accade anche di peggio. Per pignoramenti, azioni esecutive e pagamenti imposti dalla magistratura, sono già «emersi» 40 milioni di euro da pagare, altri cento milioni di debiti fuori bilancio formalizzati e 530 milioni da formalizzare. Per non parlare dei 498 milioni di euro ricevuti in anticipazione dalla Regione per il servizio rifiuti e che molti comuni non sanno come restituire, cui si sommano 781 milioni di debiti delle società d'ambito e dei consorzi per lo smaltimento (si fa per dire) dei rifiuti. Con grande garbo istituzionale, la Corte dei Conti dedica un passaggio anche alla prossima (?) definizione delle norme per l'abolizione delle province, auspicando «un attento governo della delicata fase di transizione, affinchè la riforma delle funzioni di area vasta si coniughi con la riduzione della spesa pubblica e l'incremento dei livelli di efficienza ed efficacia dei servizi erogati».
Il documento dei magistrati contabili della Sicilia dedica ampio spazio anche alla preoccupante questione della scarsa liquidità regionale, al bilancio del 2014 il cui equilibrio risulta quanto mai dubbio, alla nota vicenda delle entrate fantasma che ci trasciniamo dietro da anni e che per almeno 3,5 miliardi di euro non sono più esigibili, ed alla irrisolta questione delle società partecipate che viaggiano al livello di spesa di un miliardo di euro ogni quattro anni.
Tutte vicende gravi ed ansiogene, ma che probabilmente, a nostro parere, vengono un momento dopo la situazione della sanità e dei comuni, da cui dipende il «quotidiano» di cinque milioni di siciliani.

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