Venerdì, 21 Settembre 2018

Tangenti a Venezia, indagato pure Matteoli

Secondo la procura l’ex ministro avrebbe ricevuto soldi per una serie di bonifiche ambientali dei siti inquinati di Mestre
Sicilia, Cronaca

ROMA. Nel «sistema» c'erano le imprese di ogni colore, comprese le cooperative rosse. E infatti il «sistema» aveva «a libro paga» i politici di destra e sinistra, finanziava le campagna elettorali di entrambi, consegnava mazzette di decine di migliaia di euro in contanti agli uni e agli altri negli alberghi di Venezia e Mestre. Nelle carte dell'inchiesta che ha sconvolto Venezia c'è molto di più dei motivi che hanno portato all'arresto di 35 tra imprenditori, funzionari e politici: c'è la ricostruzione di un modello di gestione degli appalti pubblici che, stando a quanto sostiene l'accusa, va avanti indisturbato da almeno un decennio. E anche qualche episodio «buffo». Come quella mazzetta di 500 mila euro destinata, secondo i pm, al consigliere politico dell'ex ministro Tremonti, Marco Milanese, buttata dietro un armadio per evitare venisse trovata dalla guardia di finanza e poi recuperata dopo l’ispezione al Consorzio Venezia Nuova (Cvn).

Mazzacurati il «regista»
Il modello messo su era piramidale e al vertice sedeva Giovanni Mazzacurati, il presidente del potentissimo Cvn, il «gran burattinaio» che teneva i contatti con Roma. Colui che, stando al racconto dell'imprenditore Piergiorgio Baita, incontra anche Gianni Letta e l'allora ministro Giulio Tremonti. Un gradino sotto di lui si muovevano gli altri, tutti membri del consiglio direttivo del Cvn: Alessandro Mazzi, vicepresidente del Consorzio e presidente del cda di Mazzi Scarl e della Grandi Lavori Fincosit; Baita, presidente della Mantovani; Stefano Tomarelli, consigliere di Condotte spa e presidente del consiglio direttivo di Italvenezia; Franco Morbiolo e Pio Savioli, gli uomini delle cooperative, il primo presidente del cda del Consorzio veneto cooperativo (Co.ve.co), il secondo titolare di un contratto di collaborazione con il Co.ve.co. Tutti insieme detenevano l'83% delle quote del Consorzio. E tutti insieme pagavano. Insieme, scrive il gip, «hanno costituito un fondo comune di denaro contante, denominato «Fondo Neri», versato pro quota delle imprese». Soldi che poi rientravano attraverso «contratti per prestazioni tecniche fittizie e/o istante di anticipazioni sulle riserve sovradimensionate».

Mazzette per tutti
Con quei soldi sono state pagate le tangenti, dice la procura, a Galan e Chisso, al generale Spaziante e ai magistrati delle Acque Cuccioletta e Piva, a Orsoni e Marchese, al magistrato della Corte dei Conti Giuseppone. Da quei fondi è arrivato il denaro per finanziare la campagna elettorale di Orsoni e di Sartori, in pieno spirito bipartisan. Ma il Consorzio non figurava mai, poiché gli organi sociali non hanno mai deliberato il finanziamento. Ecco perché i fondi venivano assegnati ad altre società che «formalmente effettuavano il finanziamento per la campagna elettorale, senza che comparisse il Cvn quale reale finanziatore della medesima». Il «sistema» lo spiega bene il direttore finanziario della Mantovani, Nicolò Buson: «Le somme che venivano corrisposte ai politici locali erano il frutto di sovrafatturazioni provenienti dalle società... di rientri di false fatturazioni... e infine di guadagni, depositati sui conti svizzeri».

Coinvolto pure Matteoli
Dalle carte emerge anche altro. Il settore delle bonifiche ambientali è, infatti, il filone che coinvolge l'ex ministro Altero Matteoli. L'ipotesi è stata confermata ieri dalla Procura di Venezia. Il nome di Matteoli girava da tempo nelle inchieste veneziane, ma il politico di centrodestra ha finora sempre smentito il proprio coinvolgimento. Matteoli non è tra i nomi degli arrestati; l'ex ministro è indagato ed il fascicolo è stato inviato dalla Procura veneziana al Tribunale dei ministri. L'ipotesi è che il politico abbia ricevuto denaro per una serie di bonifiche ambientali dei siti inquinati di Mestre. Si tratta di una vasta area nella quale è stato realizzato una sorta di «sarcofago» per contenere lo sversamento in laguna per dilavazione delle sostanze tossiche depositatesi per anni. Tutti lavori per i quali lo Stato aveva stanziato, all'epoca, oltre un miliardo di euro, poi gestito dal Consorzio Venezia Nuova, che aveva affidato le opere alle sue associate. La presunta dazione all'ex ministro - gli atti sono secretati - sarebbe legata al suo potere di controllo del Magistrato alle Acque, che avrebbe favorito l'intervento del Consorzio Venezia Nuova. Nell'ordinanza del Gip che ha portato ai 35 arresti, Matteoli compare in un passaggio riguardante la realizzazione di un'opera accessoria del Mose, la «conca di navigazione». Secondo quanto sostengono i magistrati il Consorzio scavalcherebbe il Magistrato alle acque in almeno una occasione, e lo farebbe contattando l'allora ministro Matteoli. Matteoli, già qualche tempo fa, aveva chiesto attraverso i suoi legali di essere sentito dalla Procura di Venezia confermando di aver «ricevuto notizia di un procedimento che mi vedrebbe coinvolto» ed aggiungendo: «non avendo nulla da nascondere e non avendo mai percepito alcunchè, ho richiesto tramite i miei legali di essere sentito da magistrati di Venezia, per chiarire la mia posizione e per fornire ogni chiarimento che mi verrà richiesto».

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