Venerdì, 23 Febbraio 2018

Europee, per gli sconfitti lacrime e sangue

Quando un partito vince le elezioni con il 40 per cento dei voti e stacca di venti punti il secondo classificato (cosa, quest'ultima, mai accaduta nella storia italiana) semina alle sue spalle ogni sorta di rovine. Con l'eccezione della Lega Nord - la sola premiata dall'antieuropeismo - per tutti gli altri ci sono lacrime e sangue: il sangue dei vinti.
Sanguina più di tutti il Movimento 5 Stelle. Non sappiamo se Beppe Grillo fosse davvero convinto di vincere, ma mai e poi mai avrebbe immaginato uno scarto superiore ai 4/5 punti. Ce ne sono quindici di troppo. Deputati e militanti sono rimasti annichiliti e all'interno del movimento è scoppiata una guerra civile sulla quale per ora viene tenuta la sordina. Siamo andati troppo o troppo poco in televisione? Abbiamo spaventato troppo gli elettori? Ad avviso di chi scrive (e non solo per trasparente conflitto d'interessi) Grillo ha fatto bene a venire a «Porta a porta». Molti sostengono che quella apparizione sia stata la sua pietra tombale perché Grillo non ha risposto a nessuna delle domande chiave. Al tempo stesso, tuttavia, ha avuto per la prima volta un approccio quasi «normale» verso il pubblico, insufficiente però a sdoganarlo definitivamente. Parlamentari e sostenitori del movimento hanno forse capito che non si possono vincere le elezioni promettendo solo la forca a chi - a qualunque titolo - abbia occupato il «sistema». Non si può stare in parlamento solo per impedire qualunque accordo quasi su ogni cosa. Nel M5S ci sono anche persone preparate e ragionevoli: facciano una buona opposizione costruttiva, di cui ogni democrazia ha un gran bisogno, vengano in televisione senza considerare infetti gli altri ospiti e le cose miglioreranno. Grillo ha come al solito un ruolo decisivo in questo senso: eviti le espulsioni, accetti il dissenso e faccia come gli ex terroristi baschi e nordirlandesi che si sono integrati nel sistema, pur mantenendo rigide posizioni ideologiche.
Forza Italia ha risentito degli impedimenti di Berlusconi e di una posizione fatalmente poco chiara. Il Cavaliere ammira troppo Renzi per rendergli la vita difficile: una opposizione responsabile collabora alle riforme e combatte a viso aperto un governo. Ma qui le cose si sono un po' accavallate e la linea si è appannata. Berlusconi ha perso le elezioni soprattutto nel Nord Est: il «suo» popolo delle partite Iva ha raccolto la sfida di Renzi. Come si è detto nell'assemblea di Confindustria, gli imprenditori non sono diventati renziani: hanno accettato una cambiale dal presidente del Consiglio e ne aspettano il pagamento. La leadership del Cavaliere non è in discussione, ma è sempre più urgente che egli si scelga un erede riconosciuto e rispettato dai baroni del partito. Altrimenti la disgregazione sarà inevitabile. La nascita del nuovo, grande centrodestra sarà impossibile senza ricomporre in qualche modo il dissidio con Angelino Alfano. Anche il Nuovo Centrodestra è andato sotto le aspettative, ma resta indispensabile per ogni aggregazione moderata. Fino a quando però «Il Giornale» della famiglia Berlusconi lo attaccherà ogni giorno e Alfano sarà convinto che dietro quegli attacchi ci sia il Cavaliere, non si farà molta strada. All'interno del partito, inoltre, le assicurazioni sulla tenuta dell'asse Alfano - Lupi hanno bisogno di prove concrete per fugare le malelingue.
Fratelli d'Italia ha pagato la diaspora di Francesco Storace, andato in Forza Italia senza guadagnare il seggio europeo e in grado di togliere a Giorgia Meloni lo 0.3 per cento necessario a superare lo sbarramento. Insieme, avrebbero preso almeno un paio di seggi. Amen. Scelta civica è scomparsa: alleanza di anime diverse e divise ben oltre le apparenze, conserva molti parlamentari e pochissime speranze. Il Sel è un mistero: se chiedete agli uomini di Tsipras che cosa ne pensano, rispondono con una smorfia. Eppure debbono al partito di Vendola la loro vittoria: non c'è fretta, ma una scissione non sembra lontana.
Finora, in conclusione, tutti hanno lavorato per Matteo Renzi. Il vero rivoluzionario: non è andato a farsi incoronare da Confindustria, andrà a parlare con le associazioni territoriali. Niente palazzo, meglio la gente. E se Grillo avesse ceduto a lui la propria ragion d'essere?

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