Sabato, 22 Settembre 2018

Scoma: «Bisogna ridurre gli stipendi Ma anche il numero dei dirigenti»

Il vicecoordinatore vicario di FI: «La prima cosa da fare è riorganizzare la pianta organica, rivedendo pure le paghe degli impiegati»
Sicilia, Editoriali

PALERMO. «Il tetto agli stipendi dei direttori generali della Regione deve essere uguale per tutte le regioni e stabilito a livello nazionale». Ecco come riformare la macchina burocratica siciliana secondo il vicecoordinatore vicario di Forza Italia, Francesco Scoma.


COSA PENSA DELLA PROPOSTA DI DAVIDE FARAONE, DEPUTATO NAZIONALE DEL PD, DI INTRODURRE UN LIMITE DI 150 MILA EURO L'ANNO AGLI STIPENDI DEI SUPERBUROCRATI DELLA REGIONE, CHE HANNO COMPENSI FRA I 160 E I 170 MILA EURO L'ANNO?
«Il tetto deve essere stabilito a livello nazionale. Il ministero della Funzione pubblica deve fare chiarezza e fissare un paletto uguale per tutte le regioni. Monti ha fatto un decreto per tagliare gli stipendi dei consiglieri regionali, così Renzi, nell'ambito dell'operazione risparmio avviata nella pubblica amministrazione, deve fissare un tetto per le retribuzioni dei dirigenti generali. Il limite non si deve stabilire a priori, come dice Faraone. Deve essere un organismo tecnico, come la conferenza Stato-regioni, a regolamentare il parametro uguale in tutta Italia. Il tema della riduzione dei megastipendi va inserito in un ragionamento complessivo dell'ordinamento amministrativo. È chiaro che la Sicilia non può più continuare ad avere queste cifre: da noi ci sono 27 direttori. La Lombardia ne ha 17, che guadagnano circa 60 mila euro. Si potrebbe stabilire uno stipendio minimo di 120 mila euro e un bonus del 10 per cento, da far scattare al raggiungimento degli obiettivi. Stesso metro deve valere per i manager della sanità».


IL PARLAMENTARE PD PUNTA I RIFLETTORI ANCHE SUGLI OLTRE DUEMILA DIRIGENTI REGIONALI, CHE HANNO STIPENDI CHE SI AGGIRANO TRA 50 E 100 MILA EURO, CON UN RAPPORTO DI UN DIRIGENTE OGNI 9 DIPENDENTI, A DISPETTO DELLA LOMBARDIA CHE NE HA 1 SU 14, A FRONTE DI UN MAGGIOR NUMERO DI ABITANTI.
«I dirigenti di struttura della Lombardia hanno stipendi più bassi del 20 per cento rispetto ai siciliani. In Lombardia ci sono poco più di tremila dipendenti, di cui 245 sono dirigenti e 2884 sono dipendenti di comparto. La Regione siciliana spende sei volte più della Lombardia, perché conta 19.700 dipendenti, di cui 17.500 non dirigenziali e 2200 dirigenti. È vero che la nostra macchina amministrativa svolge competenze che altrove sono affidate allo Stato. La motorizzazione civile, le sovrintendenze, gli uffici di collocamento, i geni civili da noi sono gestiti dai dipendenti regionali, mentre nelle altre regioni dallo Stato. È chiaro che le competenze sono maggiori, ma bisognerà provvedere al contingentamento delle risorse e del numero degli impiegati».

ALLA REGIONE SONO PIÙ DI SETTECENTO I DIRIGENTI CON STIPENDI D'ORO, CHE SI DISPONGONO IN UNA FORBICE COMPRESA TRA UN MINIMO DI 80 E UN MASSIMO DI OLTRE 200 MILA EURO LORDI L'ANNO. COME INTERVENIRE?

«La prima cosa da fare è la riorganizzazione della pianta organica della Regione, nel senso che serve un censimento del numero dei dipendenti e la riorganizzazione degli uffici e dei servizi. Va ristrutturato il comparto della Regione e vanno stabiliti nuovi stipendi anche per il personale. È chiaro che in un periodo storico come quello che stiamo vivendo è necessaria una riforma globale della pubblica amministrazione».


NELLA SICILIA DEGLI SPRECHI C'È ANCHE LA COSTELLAZIONE DELLE SOCIETÀ PARTECIPATE. SI PUÒ INTERVENIRE ANCHE SU QUESTO FRONTE?
«Nelle partecipate diventa complicato trovare una mediazione sugli importi, vista la presenza del socio privato. Io ritengo che in questo caso si potrebbe stabilire un tetto di 190 mila euro l'anno da dare al vertice del cda, mentre stipendi nettamente inferiori dovrebbero avere gli altri componenti. Sono dell'idea di mettere a capo di ogni partecipata soltanto un amministratore delegato e di ridurre tutti i compensi».


A PROPOSITO DI CASTA, NELLA TOP TEN DEL COMPARTO PUBBLICO CI SONO I BUROCRATI DELL'ARS, IL CUI TRATTAMENTO ECONOMICO NON È EQUIPARATO A QUELLO DEGLI ALTRI CONSIGLI REGIONALI MA A QUELLO DEL SENATO. PER LORO I TAGLI PREVISTI DAL DECRETO MONTI SONO RIMASTI SOLO SULLA CARTA.

«Se decidiamo di fissare un tetto di 150 mila euro per i direttori generali, non ci potrà essere un segretario dell'Ars che ne guadagna 400 mila. Dobbiamo intervenire anche sugli stipendi dei burocrati: è necessario un taglio che potrebbe oscillare da un minimo del 5 a un massimo del 15 per cento. È chiaro che nessuno può rimanere indenne da queste sforbiciate».

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