Giovedì, 20 Settembre 2018

Mafia, posta a San Cipirello la croce del riscatto per Di Matteo

PALERMO. È stata ribattezzata «la croce del riscatto» e posizionata nel «Giardino della memoria», per ricordare a tutti il luogo, a San Cipirello, in cui boss e carnefici uccisero, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Giuseppe Di Matteo, sciogliendolo nell'acido, perchè figlio di un collaboratore di giustizia. Un messaggio di saluto e vicinanza alla madre del bambino, Franca Castellese, è stato inviato dal presidente Napolitano, che ha ricordato il sacrificio del piccolo Giuseppe Di Matteo, «vittima innocente di un atroce atto mafioso». A promuovere l'iniziativa è stato il «Parlamento della Legalità» di Palermo, presieduto da Nicola Mannino: «La croce in marmo è stata donata dai bambini dell'istituto comprensivo di Apricena, in provincia di Foggia, alla Chiesa Madre di San Cipirello. È un dono significativo - spiega Mannino - che segue la consegna di un calice d'oro che simbolicamente raccoglie il sangue innocente versato nella valle dello Jato dalle vittime della mafia. La data di oggi richiama quel 9 maggio del 1993 quando Giovanni Paolo II dalla Valle dei templi lanciò l'anatema contro la mafia invitando i mafiosi alla conversione». Dura l'omelia dell'arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, che ha celebrato una messa sul posto. «Esprimiamo la più dura condanna - ha detto monsignor Pennisi - per chi ha commesso questo atroce delitto. La Chiesa sente di avere una sua responsabilità per la formazione di una diffusa coscienza civile e non si sente estranea all'impegno, che è di tutta la società siciliana, di liberazione dalla triste piaga della mafia». Dopo aver rivolto un appello ai mafiosi a convertirsi, l'arcivescovo ha precisato che compito della Chiesa è «vigilare affinchè l'annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso e non si configuri, di fatto, come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare impunemente la legge di Dio e quella degli uomini. Nel caso del mafioso, la conversione non potrà certo ridare la vita agli uccisi - ha concluso l'arcivescovo - ma comporta comunque un impegno fattivo affinchè sia debellata la struttura organizzativa della mafia. La mancanza di una tale indicazione da parte del mafioso convertito, oltre a configurarsi come atto di omertà, ignora il dovere della riparazione».

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