Lunedì, 24 Settembre 2018

Roncalli e Wojtyla, pastori coraggiosi che hanno portato la Chiesa tra la gente

La grandiosità mediatica dell’evento che si è svolto ieri a piazza San Pietro non deve distrarre dal suo significato più profondo. Che va cercato, innanzi tutto, in quello che due figure così diverse come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno avuto in comune e che ha attirato su di loro l’attenzione di credenti e non credenti. In primo luogo, la coincidenza tra la loro carica e la santità personale. Non è così ovvio che ciò sia accaduto. A partire dalla metà del primo millennio cristiano i pontefici nella cui persona si è potuto riscontrare il sigillo della santità si sono sempre più rarefatti. Un paradosso stridente, se si pensa che il titolo ufficiale di un Papa è «Sua Santità»! E se si prende sul serio quello che ha detto ieri, nella sua omelia, Papa Francesco, e cioè che «sono i Santi che mandano avanti la Chiesa». Non è un caso.
In tutto questo lungo periodo di tempo ai papi è toccato anche ricoprire la carica di capi di Stato, e non di uno simbolico, come oggi è la Città del Vaticano, ma di un importante protagonista della politica italiana ed europea. Costante è stata perciò la tentazione di far prevalere il principe sul pastore. I bersaglieri che sono entrati per la breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, non potevano certo sapere quale immenso favore stessero rendendo alla Chiesa. Gli stessi pontefici, allora, videro soprattutto la violenza subìta (che, a termini di diritto internazionale, c’era). Ma l’immagine del papato, da quel momento, ha avuto una valorizzazione in chiave spirituale fino a quel momento del tutto sconosciuta.
Resta il fatto che per troppo tempo istituzione e carisma, potere e santità, sono rimasti contrapposti o almeno giustapposti. L’incontro tra Innocenzo III e san Francesco d’Assisi potrebbe essere l’icona di un dualismo, che non ha escluso il rispetto reciproco, ma non ha permesso la piena compenetrazione tra i due poli. La canonizzazione di ieri, con la sua particolare solennità, ha ufficialmente sancito il superamento di questo dualismo.
Ad accomunare le figure di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II è anche il fatto che la loro elevazione agli altari non è stata il frutto di strategie curiali o di considerazioni «politiche», ma è scaturita dalla spontanea acclamazione del popolo cristiano e dalla stima che, anche al di fuori della comunità ecclesiale, li ha circondati. La simpatia universale per il «papa buono»; la venerazione - espressa nel grido «santo subito!» - per una personalità che come poche altre ha saputo parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo, sono state per entrambi il migliore e più genuino riconoscimento della loro santità.
C’è anche un terzo elemento di sintonia tra i due nuovi santi, ed è il loro amore per la pace e il ruolo pubblico avuto, in contesti storici diversi, nel difenderla. Nel 1962, in uno dei momenti più critici della guerra fredda, quello della crisi tra Stati Uniti e Unione Sovietica per l’installazione di missili russi a Cuba, Giovanni XXIII intervenne con un messaggio pacificatore la cui importanza fu poi riconosciuta, in un biglietto di ringraziamento, dallo stesso capo del Cremlino, Kruscev. Da parte sua, Giovanni Paolo II si è battuto con tutte le sue forze, alla vigilia della prima guerra del Golfo (1990), e soprattutto della seconda (2003), per scongiurare l’attacco americano. «No alla guerra!» è stato il grido che ha fatto del papa, in quell’occasione, il punto di riferimento di tutti coloro che volevano evitarla.
Resta il fatto che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno incarnato due modelli di pontefice abbastanza differenti. Il primo è stato, nei pochi anni del suo pontificato, decisivo soprattutto per la vita della Chiesa. Innanzi tutto per la ferma determinazione con cui, superando ostacoli di ogni genere, ha voluto, e sostenuto nella sua prima difficile fase, quel Concilio Vaticano II che, al di là forse delle sue stesse previsioni, avrebbe costituito un passo decisivo nell’«aggiornamento» da lui sognato.
Ma non va trascurata tutta una serie di iniziative che hanno spezzato l’immagine, fino a quel momento troppo “sacrale”, del capo della Chiesa. I primi, sia pur brevi, viaggi fuori Roma, la visita ai carcerati, quella all’ospedale pediatrico, gesti che oggi non ci sembrano più eccezionali, ma perché è stato questo papa ad avviare la tradizione che li ha resi ormai abituali. Né va dimenticata la sua sottolineatura della distinzione tra l’errore e gli erranti, che, in un tempo ancora segnato da forti chiusure reciproche, ha aperto lo spazio per il dialogo con tutti. Senza Giovanni XXIII non sarebbe stato possibile neppure papa Francesco.
Con Giovanni Paolo II il pontificato ha assunto, piuttosto, una dimensione planetaria. Grande comunicatore, capace di mobilitare le masse, soprattutto dei giovani, egli ha dato alla figura del papa una centralità e una visibilità che sono andate molto al di là dei confini della Chiesa e hanno segnato profondamente la storia, influendo in modo decisivo sulla crisi del mondo comunista, da cui proveniva.
Per noi siciliani poi, e non solo per noi, rimane indimenticabile il grido di condanna della mafia, nella valle dei templi. Un gesto coerente, del resto, con la sua appassionata difesa dell’uomo – ma anche della donna (si pensi alla Mulieris dignitatem) – non solo in astratto, ma nella gamma delle sue concrete esperienze di vita, per esempio come lavoratore e appartenente a una famiglia (restano attualissime la Laborem exercens e la Familiaris consortio).
È appena il caso di dire che entrambi questi papi hanno avuto, come tutti gli esseri umani, i loro limiti. Ma il senso ultimo di questa canonizzazione è stata di far loro festa per essere stati non due superman, bensì, forse proprio in questi limiti, due veri uomini e due veri cristiani. Due santi. Perché «sono i santi che mandano avanti la Chiesa». E forse anche il mondo.

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