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Regione, non si può più aspettare

Venivamo da anni di trattative protratte ad oltranza, anni nei quali i partiti facevano e disfacevano a loro piacimento; pensavamo di esserne venuti fuori. L’elezione diretta del presidente della Regione e l’imprimatur alla maggioranza che lo sosteneva, sembravano avere aperto una fase nuova, nella quale il «presidente eletto dal popolo» si intestava una responsabilità precisa nei confronti di quanti lo avevano scelto. Ovviamente nessuno cullava l’illusione che fossero maturati i tempi e le condizioni per un «governo del presidente», ma certo nessuno poteva neanche immaginare una salto così ampio a ritroso, con il ritorno a machiavellismi, a piroette, ad annunci/smentite, falsi segnali ed a tutto l’armamentario della politica vecchio stampo. Bene, ci eravamo sbagliati o forse illusi. La recita di queste ultime settimane ha dato vita ad una pantomima sui dosaggi delle poltrone, camuffata da confronto sui problemi della Sicilia. Problemi che pensiamo di potere ricondurre a due macro categorie: l’equilibrio finanziario dell’ente regione ed il ruolo delle imprese o, in senso più ampio, dell’economia reale. È chiaro ormai come la «sostenibilità» dei conti della Sicilia, intesa come istituzione, abbia un orizzonte molto limitato e come, per altro verso, soltanto alle imprese possa essere affidata la «sostenibilità» della Sicilia, questa volta intesa come aggregato di abitanti e di risorse. Magari cominciando con il pagare i debiti.

Negli ultimi cinque anni è crollata del 30% la spesa di parte corrente della Regione, che peraltro rappresenta la componente di gran lunga prevalente all'interno del bilancio. Questa drastica e, per i suoi effetti, drammatica decurtazione ha avuto luogo non certo per nobili valutazioni di spending review, ma in maniera più prosaica per il contemporaneo tracollo dei trasferimenti statali verso la Sicilia e delle entrate tributarie proprie, a seguito di una crisi prolungata.

Malgrado la leggerezza con la quale anche uomini delle Istituzioni parlano di default, tutti dovrebbero subordinare gli interessi di parte a quelli collettivi, assumendosi le responsabilità che competono a ciascuno. E' da credere infatti che solo pochi siano pienamente consapevoli degli effetti reali di un default, che è cosa ben diversa dell'agognata (da alcuni) competizione elettorale.

Mentre nel piccolo spazio tra i palazzi di Orleans e dei Normanni si consumano giorni di trattative, la Sicilia vera ancora una volta sorprende tutti. Le prime anticipazioni censuarie dell'Istat svelano gli effetti impensabili di un decennio particolarmente travagliato, quello tra il 2001 ed il 2011. I dati, sui quali sarà opportuno ritornare per un necessario approfondimento, fanno risaltare una verità insospettata: il sistema pubblico in Sicilia ha lasciato sul campo circa 30 mila posti di lavoro (quasi tutti statali), mentre il sistema regionale delle imprese private ha visto crescere gli occupati di quasi cento mila unità. A scanso di equivoci chiariamo subito che questi dati non scontano gli effetti del terribile triennio 2012-2014; insomma non è cresciuta l'occupazione, ma certo il trend è chiaro.

Ne possiamo allora dedurre che la macchina da guerra messa in piedi dall'ente regione in tanti anni, abbia in sostanza i connotati di una semplice sovrastruttura, incapace di generare effetti sull'economia reale? Probabilmente sarebbe una lettura affrettata e non del tutto verificata, ma certo non è l'unico segnale che arriva da questa strana Isola, dove persino l'agricoltura, un settore in confidenza con l'assistenzialismo, ha deciso di rialzare la testa ed andare da sola alla conquista di un mercato che ha ormai i confini del mondo conosciuto. Al punto in cui stanno le cose, la Regione ha il dovere di dare ai siciliani la svolta ormai ineludibile. Si vada al rilancio di un governo che sappia dare risposte chiare attraverso riforme non più rinviabili: rivedendo quei vizi della spesa pubblica che hanno portato le istituzioni al collasso, aprendo spazi seri e visibili alle imprese private. Ciascuno si assuma le responsabilità necessarie. La Sicilia non può più aspettare.

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