Mercoledì, 19 Settembre 2018

Pagati per non fare nulla, il caso di undici enti regionali

La storia dei consorzi di ripopolamento ittico. La legge per cancellarli è arenata in commissione Bilancio. Da due anni spese per il personale che non svolge alcuna attività
Sicilia, Politica

PALERMO. In Sicilia ci sono undici enti regionali che da due anni non producono nulla e attendono solo di essere soppressi. Ma la legge che li cancellerà definitivamente è arenata in commissione Bilancio e così, giorno dopo giorno, i commissari nominati dal governo fanno i salti mortali per pagare le spese di funzionamento, i debiti e il personale rimasto, che comunque non svolge più alcuna attività. La Regione, è vero, non eroga più un euro di contributo, ma i Comuni che ne fanno parte continuano a versare la propria quota che varia da 2 a 6 mila euro. Somme che non riescono a sanare un buco che avrebbe già superato il milione di euro.
Questa è la storia dei consorzi di ripopolamento ittico, nati negli anni Settanta per tutelare la fascia costiera e la pesca siciliana ma ben presto diventati dei carrozzoni clientelari con centinaia di poltrone a disposizione. L’ex governo Lombardo nel 2012 ne ha chiusi sei mantenendone in vita cinque, mentre l’assessorato guidato da Dario Cartabellotta ha commissariato le restanti strutture, a costo zero, in attesa della definitiva liquidazione. Lo scorso mese di luglio la commissione Attività produttive all’Ars, guidata da Bruno Marziano, ha approvato il disegno di legge (promosso tra gli altri dai deputati Lillo Firetto e Marco Falcone) che prevede la liquidazione di tutti e undici gli enti. Ma la norma, approdata in commissione Bilancio, si è arenata e per gli enti è un’agonia senza fine.
«Questi consorzi non servono più a nulla – dice Cartabellotta - nella nuova programmazione comunitaria c’è spazio solo per i gruppi di azione costiera e per le organizzazioni dei produttori della pesca, per cui gli enti vanno cancellati al più presto».
Al consorzio della fascia tirrenica, con sede a Castellamare del Golfo, provincia di Trapani, il commissario Ignazio Gentile, ha da poco dismesso la vecchia sede in affitto trasferendo gli uffici in locali regionali gratuiti. Ma dei 12 dipendenti in servizio è riuscito a trasferirne solo dieci, mentre due sono pagati per non far nulla. «Non è colpa loro – dice Gentile – ma non posso licenziarli». Per pagarli, Gentile attinge alle quote pagate dai Comuni aderenti: Balestrate, Castellammare del Golfo, San Vito lo Capo, Trappeto e, fino a poco tempo fa, anche Terrasini. Ma a Castellammare il futuro liquidatore dovrà fare i conti con un buco di bilancio: c’è da pagare una causa da circa 130 mila euro vinta da un vecchio amministratore e dovrà recuperare i 150 mila euro spesi per una barca nuova di zecca, all’avanguardia, posteggiata in una rimessa e mai utilizzata, sulla quale pende un contenzioso con l’ex Provincia.
Non va meglio al consorzio della fascia Iblea, dove il commissario Francesco Azzaro ha avviato l’azione di recupero delle quote che devono essere versate dai cinque Comuni del consorzio che in media sono sui 4 mila euro annui. L’ente, che ha ereditato le funzioni del vecchio consorzio del Golfo di Siracusa, non ha personale, non ha neanche un sito internet dove pubblicare gli atti. «Siamo in attesa della legge di chiusura» dice Azzaro. C’è poi il consorzio della fascia Eoliana, ex Golfo di Patti, che raggruppa sei Comuni che pagano sui 5, 6 mila euro al mese: Barcellona, Furnari, Patti, Oliveri, Terme e l’ex provincia di Messina. Le spese rimaste sono poche ma ci sono: «Ogni mese - dice il commissario Alessandro Lazzara - l’ente paga 350 euro d’affitto, 50 euro di bolletta del telefono, la luce, l’unico dipendente rimasto. È un momento di confusione».
In difficoltà pure il consorzio della fascia Ionica guidato dal commissario Carmelo Nicotra: «Non portiamo avanti nulla – dice – da quando mi sono insediato ho provato a ridurre tutte le spese. Avevamo un’ordinanza di sfratto e ora aspettiamo il trasferimento presso locali dell’ex Provincia. Ci sono comunque debiti incredibili da affrontare, mentre non tutti i Comuni hanno pagato la propria quota». Quei pochi soldi che entrano servono per pagare l’unico dipendente rimasto, mentre per pagare gli ultimi debiti rimasti mancano all’appello 130 mila euro. Restano ancora in vita anche i consorzi che avrebbero dovuto chiudere i battenti già nel 2012, come quello di Gela. Il commissario Umberto Mulè ammette di non avere più nessuna carta da giocarsi: «Siamo solo in attesa della liquidazione – dice – non abbiamo più neanche una sede per cui le spese sono rimaste davvero minime. I Comuni, quando pagano, sborsano tra i 2 e i 4 mila euro. resta da sanare un debito da 140 mila euro per i costi legati ai vecchi amministratori».

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