Mercoledì, 21 Novembre 2018

La crisi in Crimea che riporta alla guerra fredda

L’esito del referendum in Crimea era scontato. Putin aveva dalla sua la demografia, la forza militare e, una volta tanto, il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Non sono scontate, invece, le conseguenze di quel voto e dunque è urgente, per tutti, cercar di contenerne la gravità. E intanto riconoscere gli errori di tutti e domandarsi chi ha perso e quanto. Nascerà, nella migliore delle ipotesi, un mini Stato, uno fra i tanti, anche se con molta storia dietro e con inquietanti paralleli con crisi passate. L’Europa è impegnata in una sua giornata della memoria cent’anni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, che avviò il declino dell’Europa. Il parallelo fra il 1914 e il 2014 è certo eccessivo, ma non di più del paragone corrente e frettoloso con un’altra crisi che si chiamò e si chiama Monaco, il luogo in cui si tirarono le somme di una guerra assurda e si gettarono le basi per una nuova e ancor più sanguinosa.
Guardare al passato serve sempre, ma in questo caso è più urgente forse fare gli scongiuri, che però evidentemente non bastano. Bisognerebbe anche ricordarsi che la fine della Guerra Fredda, un quarto di secolo fa, non è di quei miracoli che si ripetono ogni volta che se ne sente il bisogno. Dai toni anacronistici del presente confronto Est-Ovest nessuno ha guadagnato e difficilmente qualcuno guadagnerà. Non la Russia, dedita in queste ore a festeggiare la decisione dei fratelli di lingua che «tornano a casa» ma anche a preoccuparsi della tensione che estende alle sue altre frontiere occidentali, dalla Polonia al Baltico e soprattutto dell’economia: la caduta del rublo e della Borsa di Mosca, l’accentuazione del declino economico e la necessità di concentrarsi ancora di più sulle esportazioni energetiche. Agli ucraini andrà anche peggio.
Gran parte della crisi odierna nasce dal loro bisogno di emergere da una catastrofe economica. Se anche l'Occidente in qualche modo li aiuterà, difficilmente ciò potrà compensare l’emorragia che verrà dalla cessazione delle sovvenzioni petrolifere di Mosca. La prospettiva è un salto dalla padella nella brace. E l’Occidente? Non ha ancora cominciato a confessare di avere commesso errori, anche gravi, difficili da correggere senza perdere la faccia. Gestita con saggezza la situazione che ha portato alla crisi avrebbe potuto venire a vantaggio di tutti, col consolidamento di uno Stato-cuscinetto con l’Ucraina idealmente collocato fra l’Europa e la Russia. Il governo di Kiev aveva l’acqua alla gola e ha cercato di farsi aiutare dall’una e dall’altra, con agevolazioni e prestiti pagabili con la firma a qualche trattato. L’Europa era l’opzione preferita, ma l’Europa di oggi, inchiodata all'euro e all’Austerity, non se l’è sentita finora di mostrarsi più generosa con gli ucraini di quanto lo sia con i suoi soci fondatori nella parte meridionale della sua geografia. Yanukovich si è sentito obbligato a buttarsi nelle braccia di Mosca e l’ha pagata cara, rovesciato da un «golpe di piazza». I suoi successori hanno invertito la rotta con ancora più fretta ma difficilmente troveranno a Occidente un porto per le loro ansie. Occidente significa soprattutto Germania, non solo per il suo attuale primato continentale ma anche per l'intensità degli scambi con Mosca. Se alle sanzioni antirusse si arriverà davvero, Berlino ne sarà a sua volta colpita, essendo il principale partner commerciale dell’Ue (il secondo, non dimentichiamolo, è l’Italia). Rimane, come sempre, l’America, ma Washington dà l’impressione di oscillare fra la riflessione e la sfida. La colpa viene fatta ricadere come sempre su Obama, spesso accusato di essere un sor Tentenna anche da chi dovrebbe sapere bene che le oscillazioni della Casa Bianca sono in gran parte l’effetto delle pressioni, a tratti spasmodiche, dei «falchi» su un presidente sospettato di essere una «colomba». Il «partito della guerra», che preme per un’azione preventiva contro il «revanscista» Putin, consiste prevalentemente nell’estrema destra ma non solo: vi si arruola anche un’ala della sinistra democratica nostalgica dei tempi in cui gli Stati Uniti erano davvero onnipotenti. Sono loro a rilanciare l’eterno paragone con Monaco, efficace ma spesso fuorviante.

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