Per un anno “nuovo”

Emblematico il grido di dolore dei poveri rilanciato da Papa Francesco. La politica lo ascolti

Papa Francesco, durante l’Angelus, scorgendo il cartello dei Forconi dice: «Leggo lì scritto grande I poveri non possono aspettare: è vero...». Due settimane prima, Angelo Bagnasco, presidente della Cei, commentava così le proteste che agitavano le piazze: «Soprattutto le istituzioni politiche devono ascoltare questo grido di dolore, questo disagio reale della società». Perché nel guardare l’anno che si chiude vogliamo partire da qui? Perché c’è qui il segno di un rapporto tra cittadini e istituzioni che sconforta. Quella dei Forconi non è una protesta organizzata ma una nebulosa, dove si incrociano istanze e pulsioni diverse. Impossibile ricondurle a sbocchi unitari; sono contraddittori tra loro slogan e denunce; non si è a un partito ma ad una mobilitazione senza proposte. Le istituzioni e il governo, però, a differenza della Chiesa, hanno balbettato senza dare risposte, preoccupandosi di appiccicare etichette invece di promuovere confronti... È qui la crisi cruciale della nostra politica. Al governo c’era una grande coalizione, ossia un governo sostenuto da forze tradizionalmente tra loro avverse, con il compito di dare risposte straordinarie alla permanente crisi dell’economia.


Non c'è più. Ora c’è un governo di piccola coalizione, con numeri esigui al Senato, che deve trovare una strada nel complesso groviglio in cui si intrecciano crisi politica e crisi dell'economia. Il presidente del consiglio, uomo di valore e solitamente sobrio, non ha rinunciato a un trionfalismo di maniera, compiacendosi di un governo che dura arrivando a consumare il suo panettone. Ma il fatto è che molti italiani hanno dovuto rinunciare al proprio. Con lo stesso spirito mette in luce la grande svolta generazionale; ci sono ora molti quarantenni al potere. Una svolta storica? Una mutazione epocale? Ma la legge di stabilità, documento fondamentale della nostra economia, è approvata con i vizi di sempre; passando - come scriveva su questo giornale Bruno Vespa - da un assalto alla diligenza all'altro, con spesa a coriandoli per soddisfare interessi contraddittori che fanno capo a lobby grandi e piccole, con l'incapacità da parte di tutti di introdurre innovazioni serie nella nostra spesa pubblica. La politica galleggia al meglio per evitare il peggio, tra contraddizioni e turbolenze, proclami riformisti e immobilismo di sostanza.


In questo contesto la società regredisce. Lo stato delle cose è ben riassunto dal Censis quando descrive istituzioni di governo sospese nel vuoto, e attorno «una società sciapa e infelice». Dove non si è avuto il «crollo atteso da molti», ma dove è dominante un sentimento di sopravvivenza in uno spazio «senza fermento»; dove circolano «troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale». Questa società sciapa e infelice ripiega sui propri vizi. Si acuiscono, anziché attenuarsi, squilibri esistenti, come quello che separa le due Italie, con un Mezzogiorno e una Sicilia che, secondo Confindustria, perdono in sei anni quasi metà della propria ricchezza e 600 mila posti di lavoro. Dall'immobilismo si cerca ora di uscire, pensando a «patti di coalizione» tra il Pd di Matteo Renzi, con un vertice nuovo e forte, e i residui di una maggioranza vecchia. Per dare spinta, velocità e rotta ad un governo che, dicevamo, è costretto a galleggiare. Ci riusciranno? Vanno in tal senso il nostro desiderio e le nostre speranze. Intanto è necessario dare un ordine alle priorità che la realtà impone.


Il punto di partenza è quello di una democrazia sempre più vuota, nella quale si è perfino in assenza di regole certe nei meccanismi di voto. La legge elettorale che ha prodotto questo parlamento non c'è più; la corte costituzionale l'ha dichiarata illegittima. Fortunatamente, diciamo noi, perché si regalava potere di governo a partiti e coalizioni che rappresentavano minoranze di elettori e perché si sottraeva ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti. Ora bisogna fare una riforma da concordare tra i partiti maggiori (non solo quelli della maggioranza); per dare al Paese certezza di rappresentanza e maggioranze in grado di governare. Si deve partire da qui, perché qui è la prima certezza di una democrazia.


Il patto di coalizione, poi, per essere efficace, deve cominciare dalla spesa pubblica. Abbiamo il terzo debito del mondo senza essere la terza economia del mondo; per vivere dobbiamo ottenere in prestito almeno un miliardo al giorno e gli interessi su questo prestito continuano a strozzare i nostri bilanci. Al riguardo dobbiamo distinguere i simboli dalla sostanza. Da queste colonne chiediamo da sempre la riduzione dei costi della politica, cominciando dal numero e dalla retribuzione di deputati e consiglieri; sia nello Stato sia nella nostra Regione. Ma non c'è solo questo. Bisogna recidere e rimuovere reti istituzionali complesse che producono sprechi, dissipazioni e ruberie. Sono troppe due Camere chiamate a fare le stesse cose, sono inutili le amministrazioni provinciali, sono troppi i comuni con pochi abitanti, sono pletorici i livelli di rappresentanza che motivano consigli di amministrazione, prebende e consulenze (per non dire delle ruberie nell'assenza di controlli dovuti). Sono immorali partecipazioni con soldi pubblici in aziende che producono deficit crescenti al solo scopo di alimentare assunzioni clientelari, nomine di favore, incarichi impropri.


Questo attacco contro la spesa pubblica non può riguardare soltanto gli organismi nazionali; la riforma deve centrare anche le istituzioni regionali e locali. Diciamo questo con riferimento alla nostra Sicilia: alla Regione, ai comuni, alla Sanità, al sistema di Formazione, alle tante strutture frutto di scelte politica perverse. Ripetiamo quanto più volte detto nel corso di quest'anno. Davanti a sprechi, ruberie e malversazioni ripetuti, in enti e aziende pubblici, bisogna adottare risposte radicali. Si chiuda tutto ciò che non serve o costa troppo tutelando e assistendo nel migliore dei modi i dipendenti. Parliamo spesso di un futuro che si disperde; di prospettive che si dissolvono in cieli bui. Noi crediamo che troveremo una strada proprio nell'impegno a spendere meno e meglio i soldi tutti; per dipendere tutti un poco meno dallo Stato e un poco più da noi stessi, dalla nostra capacità di intraprendere, favorendo la cultura dell'impresa e gli imprenditori, i quali sono ormai costretti al ruolo di eroi solitari in un mondo avverso, che li considera quasi «nemici» della socialità invece che una risorsa della società.


La riforma della spesa pubblica è essenziale, anche perché ad essa si collegano le altre tre questioni di fondo. Il lavoro, la crescita e il nostro rapporto con l'Europa. Leggi e norme nuove sul lavoro sono utili per agevolare nuove assunzioni. Certe aperture del nuovo segretario del Pd Matteo Renzi sono essenziali quando rompono vecchi tabù (a cominciare dall'articolo 18, ossia la sostanziale impossibilità di licenziare). Ma le imprese assumono quando l'economia cresce, e l'economia cresce se si fanno principalmente due cose: incoraggiare le famiglie a spendere e consumare, consentire alle imprese di espandere le loro produzione. Ma se è alta la spesa pubblica è alta, bisogna aumentare le tasse e ciò rende impossibile entrambe le cose. E noi ancora non cambiamo strada. Come ci dice Peter Praet, capo economista della Bce: «Siete usciti dalla recessione, il debito è stabilizzato, ma avete risanato con troppe tasse e dovete riformare il mercato del lavoro per consentire alle imprese di crescere». Ridurre la spesa pubblica, infine, ci farà più autorevoli per promuovere le svolte, pur necessarie, nelle politiche economiche dell'Europa. Con i conti in rosso siamo un Paese debole che suscita paure e apprensioni nei Paesi forti, che non mettono a rischio le risorse dei loro popoli per noi. Soltanto riducendo il debito e avviando la crescita saremo credibili e influenti.


Spendere meno, spendere meglio. Questo è il punto cruciale da cui deve partire ogni innovazione. Se non si cambia qui, non si cambia nulla. Lo diciamo ben sapendo che il cambiamento deve centrare altre riforme cruciali sulle quali abbiamo insistito lungo questo 2013. Si devono recidere e rimuovere la preponderanza della burocrazia, i lacci e lacciuoli che strozzano le imprese, la cappa della giustizia civile, l'intreccio improprio, talora perverso, tra politica e giustizia penale, i ritardi del sindacato nel concepire le regole del lavoro. Tutto questo rafforzando il contrasto delle tante mafie che ancora inquinano e insanguinano il Paese. Ci fermiamo qui pensando al 2014. Sapendo bene che quanti avranno la pazienza di leggere, potranno riconoscere in queste righe cose da noi già dette in altre «fine d'anno». Ma ripentendosi, qualche volta si ottengono risultati utili. E quanto speriamo con forza: che questo 2014 sia l'anno «nuovo». Buon Anno.

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