Palermo, cala il sipario sulla facoltà di medicina

Oltre duecento anni di vita, di studio, ricerca e prestigio, conclusi per volere della legge Gelmini che ristruttura l’intero sistema universitario

Con l'elezione, il 20 dicembre scorso, del professore Francesco Vitale ordinario di Igiene, quale coordinatore o presidente della Struttura di raccordo o Scuola cala il sipario e si smorzano le luci sulla Facoltà medica di Palermo, che ha rappresentato gran parte dello sviluppo delle scienze biomediche in Sicilia. È un effetto della ristrutturazione del sistema universitario, previsto dalla legge Gelmini, che abolisce facoltà e presidi. Con il nuovo assetto vengono esclusi dal voto centinaia di docenti, che in passato eleggevano il preside. I vertici di queste nove strutture sono scelti al massimo da 50 docenti, a loro volta eletti precedentemente su base didattica e - in medicina - anche assistenziale.
Una lunga storia che è utile rivisitare per migliorare conoscenze, evoluzione e progressi della scienza, professione e formazione biomedica e sanitaria. Iniziative di didattica medica erano state realizzate a Palermo con continuità secoli prima dell'istituzione dell'Ateneo, il 12 gennaio 1806. Forte impulso si ebbe nel 1779 con l'assegnazione alla Regia Accademia degli Studi - con sede nell'ex Collegio dei Gesuiti - di sei cattedre mediche, in base al dispaccio del Marchese Caracciolo. Varie e successive modifiche vennero apportate con la nascita dell'Università e poi il costituirsi del Regno d'Italia, con modifiche finalizzate a rendere uniforme il sistema accademico del nuovo Stato italiano. La Facoltà operò in maniera decentrata e disarticolata in varie strutture: Palazzo Sclafani, allora sede dell'Ospedale grande; convento della Concezione, presso i bastioni di porta Carini; ex-convento dei Teatini; monastero delle ree pentite in via Divisi. Una situazione assai difficile per la medicina accademica, composta - ricordando Kant - di «dotti», ove il medico è anche un «artista», mentre secondo il sommo filosofo la medicina fa parte delle «Facoltà superiori» universitarie.
La svolta si ebbe con la visita a «Palermo la bella e la forte» di Mussolini nel 1924. Il duce del fascismo stanziò 270 milioni per la «Grande Palermo», per farne perno centrale del Mediterraneo, attraverso molteplici opere pubbliche e un grandioso intervento nel settore igienico-sanitario: il Policlinico Universitario alla Filiciuzza e l'Ospedale Civico.
La Facoltà di medicina, durante la sua esistenza ha avuto 38 presidi, alcuni dei quali assunsero la carica di rettore. Il primo preside, nel biennio 1860-61, fu Salvatore Cacopardo, professore di Medicina Legale. Nel cinquantennio dopo l'unificazione d'Italia, sino alla prima guerra mondiale la medicina accademica di Palermo conquistò posizioni di prestigio in campo nazionale e internazionale.
Dopo le emergenze del II conflitto mondiale si rigenerarono nuove scuole e docenti, con rinnovato impulso per qualificate attività e riconosciuta reputazione. Come negli antichi dagherrotipi si susseguono immagini e si accavallano nella mente figure e opere di fondatori e capi-scuola, insigni maestri e maggiori. Qualche esempio: Gorgone, Albanese il garibaldino e la scuola chirurgica; Manfredi e D'Alessandro per l'igiene; Rocco Jemma, Di Cristina e Gerbasi, forgiatori della pediatria; Luna e Levi per l'anatomia; Cignolini e la radiologia; l'ebreo Artom, poi costretto all'esilio negli Stati Uniti, e la biochimica; Niccolò e Vincenzo Cervello, Liborio Giuffrè, Viola, Ascoli (forse il più grande, sospeso per le infami leggi razziali), Turchetti, tutti eminenti clinici medici; Meneghetti - poi divenuto uno dei capi della Resistenza - e Benigno per la farmacologia. Inoltre gran parte dei primari ospedalieri (oggi dirigenti di secondo livello) della Sicilia occidentale si sono formati nella Facoltà di Palermo, per non parlare delle migliaia di professionisti dell'area sanitaria.
Numerose personalità della medicina accademica hanno assunto cariche istituzionali e politiche, confermando che la storia della medicina descrive non solo l'avanzamento della scienza, ma anche lo sviluppo dello spirito umano e degli assetti sociali. La rievocazione si ferma agli ultimi decenni del secolo scorso, perché la storia diviene cronaca, con i limiti dovuti a passioni e sentimenti che possono determinare una carente obiettività, per difficile percezione critica della contemporaneità. «Ai vivi - scriveva Voltaire - si devono riguardi; ai morti si deve soltanto la verità». Ci auguriamo che i nuovi raggruppamenti e le riorganizzazioni non solo della medicina accademica, ma della comunità tutta universitaria possano percorrere vie di progresso, malgrado le attuali difficoltà economico-finanziarie, sia nel mondo della ricerca e dell'alta formazione che della sanità. È necessario trovare nella profondità dello spirito la passione per indagare le cose nuove e la volontà di impossessarsene.

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